Il Tirreno

Toscana

L’intervista

A cent’anni sulle punte: la straordinaria vita di Susanna Egri, dalla fuga da Lucca alla leggenda della danza – «La mia colazione? Non ci crederete...»

di Luca Tronchetti

	Susannna Egri 
Susannna Egri 

Una vita dedicata alla danza la sua, suggellata nel 1953 dalla fondazione a Torino della sua scuola ancora oggi attiva che ha avuto migliaia di allievi, alcuni diventati famosi. La Rai le è dedicato un programma

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LUCCA. La vita ricomincia a 100 anni… a passo di danza. Un secolo di storia ballando sulle punte con un’eleganza, un’energia e una determinazione fuori dal comune a cui unisce ironia e arguzia associandole a una sorprendente lucidità. La sanità dell’anima e la salute del corpo (mens sana in corpore sano) hanno sempre camminato a braccetto nell’esistenza artistica e nella resistenza ai totalitarismi del XX secolo di Susanna Egri, donna di gran classe, schiena dritta, origini magiare, residenza sabauda e un’infanzia trascorsa all’ombra delle Mura di Lucca. Una vita dedicata alla danza la sua, suggellata nel 1953 dalla fondazione a Torino della sua scuola ancora oggi attiva che ha avuto migliaia di allievi, alcuni diventati famosi. Dal 1946 è stata prima ballerina e coreografa in diversi e prestigiosi teatri italiani (dal Comunale di Firenze al Regio di Torino, dalla Fenice di Venezia all’Opera di Roma) e il suo nome si lega indissolubilmente a quello della Rai perché è stata lei, come ballerina e coreografa, a esibirsi il 3 gennaio 1954 nella prima trasmissione ufficiale della televisione italiana sulla musica tratta dal film “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin nel corso del programma di varietà “Sette note”.

La Rai le ha dedicato un programma.

«Già a novembre del 1949 iniziai a lavorare per i primi programmi sperimentali della Rai. E quando l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi venne a inaugurare il primo studio televisivo, mi incaricarono di preparare il programma per lui. La messa in onda avvenne in diretta e purtroppo non è rimasta traccia del balletto se non in alcune foto. Per l’occasione, con il mio partner di allora, l’americano Norman Thompson, ballai con un bellissimo tutù corto di un rosso sfavillante che non si poteva vedere perché le trasmissioni erano in bianco e nero. RaiPlay ha voluto dedicarmi un commovente documentario dal titolo “Susanna Egri, una vita sulle punte”».

Come festeggia il centenario?

«Nessuna festa privata, sarò al teatro Maggiore di Verbania dove si esibisce la Compagnia EgriBiancoDanza e assisterò allo spettacolo “Istantanee” con la nuova creazione del coreografo Raphael Bianco, il suo erede artistico, “Cantata Profana: Il Cervo Fatato”, che mi ha dedicato. Poi ci sarà la torta e soffierò sulle candeline sperando che non siano davvero 100».

Con la sua famiglia ha trascorso l’infanzia a Lucca, poi è dovuta fuggire a Torino. Perché?

«Mio padre, il grande allenatore di calcio Ernest Egri Erbstein (cognome di origini tedesche che la famiglia, dopo le persecuzioni, ha voluto cancellare mantenendo quello ungherese), nel 1933 venne ingaggiato dal costruttore lucchese Giuseppe Della Santina che era il presidente della squadra di calcio che militava in C e in tre stagioni la condusse, per la prima volta nella sua storia, in Serie A. Ho trascorso la mia infanzia, dai sette ai dodici anni, con mia madre Jolanda Hunterer, insegnante di danza che mi ha trasmesso i primi passi da quando ho iniziato a camminare, e mia sorella minore Martha, in un appartamento che si affaccia su piazza San Michele e al teatro del Giglio ho imparato i primi passi di ballo. Lì mi sono esibita nel 1948 assieme all’attore ex calciatore granata Raf Vallone e alla presenza di papà Erno. Ero la bambina più felice del mondo: la prima della classe anche in educazione fisica oltre a essere la figlia dell’amatissimo mister, uomo colto e perbene, laureato, ex agente di borsa e innovatore di calcio. Poi da un giorno all’altro quell’atmosfera idilliaca s’interruppe con l’entrata in vigore delle leggi razziali. Fui costretta ad abbandonare la scuola perché i miei nonni erano ebrei e io, cresciuta con i valori cattolici, nemmeno lo sapevo. Ricordo ancora oggi quella sera di 88 anni fa quando mio padre tornò a casa e stringendomi con le sue mani grandi mi disse “Bambina mia, domani partiremo per Torino, è meglio così”. Non potevamo restare a Lucca (a Torino, il presidente granata Ferruccio Novo aveva garantito a Erbstein una copertura, ndr) perché il potente federale Carlo Scorza, uno dei membri del Gran Consiglio del Fascismo e deputato di riferimento della Lucchesia, era stato chiaro: le leggi razziali dovevano essere applicate. Nessuno escluso. Mi dissero che non potevo più frequentare il ginnasio perché avrei inquinato la sana gioventù fascista. Avevo 12 anni e mi crollò il mondo addosso».

Il 26 gennaio 2021 il Comune di Lucca le ha conferito la cittadinanza onoraria.

«Ne vado orgogliosa. Il riconoscimento mi venne consegnato dall’allora sindaco Alessandro Tambellini nel corso della giornata di apertura delle celebrazioni per la Liberazione. Sono tornata varie volte in quella piccola città a me tanto cara».

Scampata agli orrori della guerra, come vede la società attuale e i personaggi politici che la governano?

«Ogni giorno faccio lezione ai miei allievi, non solo perché imparino a danzare bene, ma sappiano essere anzitutto umani. Una costante e necessaria attività pedagogica. Io e la mia famiglia siamo usciti vivi dall’inferno che fu l’Ungheria di Szalasi e del partito delle Croci Frecciate nel 1944 grazie a una serie di circostanze miracolose che hanno accresciuto la mia fede: prima il lavoro da operaia in un’industria che faceva le divise per l’esercito tedesco (un escamotage della chiesa magiara per salvare le ragazze cattoliche di origini ebraiche) , poi la clandestinità e infine la ritrovata libertà nel gennaio 1945 quando potei riabbracciare mio papà Erno, fingendomi crocerossina, salvandolo dalla fucilazione e aiutandolo a fuggire da un campo di lavoro dopo che i nazisti lo avevano imprigionato. Una gioia durata poco più di 4 anni sino al 4 maggio 1949 quando l’aereo che lo trasportava assieme alla sua Invincibile squadra si schiantò contro la Basilica di Superga. Ho sempre cercato di superare le difficoltà con la forza e ho passato cose terribili che non auguro a nessuno legate ai totalitarismi del Novecento. Su quanto accade ai nostri giorni preferisco non parlare. Certo è che diffido molto dalle correnti che coinvolgono la gente. A chi mi chiede un consiglio dico sempre di stare lontani dalla violenza, avere sempre il rispetto degli altri e seguire le proprie idee studiando la storia e i fatti senza lasciarsi condizionale dai nuovi imbonitori tecnologici».

Se non avesse fatto la ballerina classica quale altro lavoro le sarebbe piaciuto?

«Non avrei potuto fare altro. La danza ha scelto me e la devo ringraziare ogni giorno perché ti fa avere cognizione del proprio corpo e contiene la mente e lo spirito. Alle mie allieve lo ripeto sempre: mai adagiarsi sugli allori: studiare sempre e comprendere che non si è mai arrivati».

Ci racconta la sua giornata?

«Faccio colazione a base di peperone crudo con paprica e cumino con tè e un cucchiaio di marmellata. A quel punto inizio a dare lezioni nella mia scuola: lo faccio tutti i giorni e ogni pomeriggio arrivo alle 15 e vado avanti per un’ora e mezza con i miei ragazzi. Loro capiscono l’importanza di imparare da chi ha dato la sua vita per la danza».

Qual è il segreto dei suoi splendidi cento anni?

«Non bevo e non ho mai fumato. Ho sempre mangiato poco, anche se mangio di tutto: poca carne, più verdura e frutta, formaggi sempre con moderazione e la sera, se non esco per spettacoli della compagnia e di altri artisti che mi interessano, vado a dormire alle nove».

Se potesse rivedere suo padre per un minuto cosa gli direbbe?

«Lui era un grande educatore: una persona carismatica che ti insegnava con l’esempio. La danza mi ha salvata dallo sconforto di averlo perduto quando avevo 23 anni e avrei avuto bisogno dei suoi consigli e del suo affetto. Porto sempre con me la bambolina che mi aveva comprato a Lisbona, dove il Grande Torino andò a giocare la sua ultima partita, che trovai tra i rottami dell’aereo a Superga. È il suo spirito che mi segue e mi protegge. Sono sicura che lui vada fiero di me, delle mie scelte, della mia danza come spazio di libertà e di pensiero e dei miei balletti spesso controcorrente».

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