Da Murgia a Protti, quando la malattia diventa social. La piscologa: «L'amore del pubblico aiuta ma occhio agli odiatori»
Tra limiti e benefici della condivisione, il parere di Alessandra Biondo: «Se decidi di parlarne lo devi fare perché fa bene a te, al percorso terapeutico e psicologico»
La stella che racconta sui social la propria partita con la malattia. Che mette in campo non più il suo talento ma un maledetto sgambetto della vita che rischia di farla cadere. Il campione che apre, anche agli amici virtuali, la porta della stanza più intima di un essere umano, fatta di pareti colorate di speranza e sofferenza. Che aggiorna con post e storie gli effetti della terapia, i momenti di sconforto e le piccole gioie. Per condividere con i tifosi e il pubblico il proprio viaggio. Che purtroppo non sempre si conclude alla stazione desiderata.
Prima dell’ex calciatore Igor Protti, meno di un mese fa, era stato il cestista della Virtus Bologna e della nazionale di basket Achille Polonara ad annunciare su Instagram una diagnosi terribile: leucemia mieloide, la stessa malattia che nel 2022 si è portata via un altro bolognese d’adozione, Sinisa Mihailovich. Ma la lista dei personaggi famosi, dello sport e dello spettacolo, che hanno scelto la strada della condivisione è lunghissima: l’attrice Eleonora Giorgi e la top model Bianca Balti, l’ex capitano di Samp e Juve Gianluca Vialli, la capitana della nazionale di tennis femminile Tatiana Garbin, la scrittrice Michela Murgia e il difensore dell’Inter Francesco Acerbi. Alessandra Bondi, psicoterapeuta fiorentina, ogni giorno si avvicina ai dolori dei pazienti e cerca di capirli e alleviarli.
Dottoressa, perché usare i social per comunicare la propria malattia?
«Sembra banale, ma i social sono davvero una nuova piazza, un luogo di condivisione e trasmissione delle notizie. E questo succede anche a personaggi non famosi».
L’impatto che hanno notizie del genere quando riguardano campioni dello sport e dello spettacolo è diverso.
«Certo, ma la domanda più importante da farsi è un’altra. Riguarda quello che accade prima di pubblicare la notizia della propria malattia. Quella è una scelta personalissima legata a due questioni chiave: lo stato d’animo della persona e il rapporto che ha con i social».
Cioè?
«Molti preferiscono l’intimità nei momenti difficili e dolorosi come ad esempio può essere la chemioterapia. Ma se decidi di parlarne lo devi fare perché fa bene a te, al percorso terapeutico e psicologico. (e anche a sensibilizzare il grande pubblico su una malattia ndr)».
Perché ci sono rischi nel farlo?
«Quando si parla di social i rischi ci sono sempre. Se metti in piazza la tua malattia e la condividi con un pubblico vasto devi mettere in conto due cose. La prima è quella di avere un bel rapporto con i tuoi amici virtuali, con il tuo pubblico insomma, con il quale instauri un rapporto più stretto, di condivisione. Diciamo che questo è il lato positivo dei social».
E l’altro?
«Di non fare caso ad eventuali commenti di cattivo gusto che potrebbero arrivare. Di non prendere in considerazione gli odiatori».
Per i personaggi famosi quello di annunciare sui social notizie che li riguardano è un vantaggio?
«In qualche modo sì, perché gestisci direttamente la comunicazione e, a differenza di quando si organizza una conferenza stampa con i giornalisti, alla fine non si deve per forza rispondere alle domande ».
Visto dal lato del pubblico, invece, perché il dramma di un personaggio famoso colpisce così tanto?
«Perché inconsciamente quando accade pensi che allora possa capitare a tutti. E comunicandolo sui social c’è la percezione che si accorci la distanza, senti più vicino il personaggio famoso».
Chi supera la malattia racconta spesso che rispetto al passato ha cambiato le prospettive e priorità. Qual è il meccanismo psicologico che si innesca?
«La malattia inserisce nuove priorità, perché ci sentiamo più esposti ai pericoli legati a qualcosa che non possiamo controllare, ovvero la malattia».
Sta dicendo che a livello di percezione del mondo e di sé la malattia può essere una opportunità?
«Può essere un momento di riflessione a patto che sia una malattia che provoca troppa sofferenza. Anche perché poi ci rendiamo conto di cosa abbiamo bisogno davvero se ci sentiamo più fragili. È anche per questo che nella fragilità contano molto gli affetti. E quindi se si è un personaggio pubblico l’affetto del pubblico può essere importante».
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