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Esplosione di Calenzano, nove figli sono rimasti senza un padre

di Sabrina Chiellini e Alessandro Formichella

	Da sinistra: Gerardo Pepe, Vincenzo Martinelli, Davide Baronti, Franco Cirelli e Carmelo Corso
Da sinistra: Gerardo Pepe, Vincenzo Martinelli, Davide Baronti, Franco Cirelli e Carmelo Corso

Le storie, i ricordi di amici e familiari delle cinque vittime dell'inferno scatenato al deposito Eni

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Davide, Vincenzo, Gerardo, Franco e Carmelo morti all’Eni di Calenzano nell’inferno scoppiato poco dopo le 10,15 di lunedì 9 dicembre. Ecco le storie delle vittime, i ricordi di amici e familiari: nove figli sono rimasti senza padre.

Davide Baronti e una vita su quei “bestioni”

Una vita trascorsa a macinare chilometri, alla guida di uno di quei “giganti” della strada che solo a guardarli incutono paura. Mille insidie affrontate, prima a trasportare carburanti in mezza Toscana, poi i container dal porto di Livorno e infine, nell’estate 2021, il ritorno al primo lavoro, di nuovo su un “bestione”, a trasportare benzina per la Mavet di Campi Bisenzio, fino all’altro giorno, quando è stato investito dall’esplosione, mentre stava facendo rifornimento.

Un dramma senza fine per la moglie Rossana e i due figli, Samuele di 15 anni e Alessio, 20 anni. Per l’anziana madre Neda, rimasta vedova durante la pandemia, e il fratello Luca, anche lui autotrasportatore. Sono stati raggiunti dalla notizia nella loro casa a Bientina. Straziante l’angoscia, quel telefono rimasto muto, le scarse informazioni sull’incidente, fino alla conferma che il nome di Davide (originario di Novara) è nella lista delle cinque vittime della tragedia. «Faceva questo lavoro da sempre – dice Franco, un collega – era una persona scrupolosa, rispettoso delle regole. Un padre e un marito eccezionale. E le mie non sono parole di circostanza, sembra tutto così incredibile».

La famiglia Baronti a Bientina è conosciuta. Il maggiore dei figli ha giocato in passato nella squadra di calcio del paese, il Sextum. Mentre Davide era un grande appassionato di tennis, frequentava il circolo a Cascina. In quest’ultima cittadina ha abitato con la famiglia fino al 2007, dopo gli anni della scuola a Livorno. Un uomo molto legato alla sua famiglia, al padre Roberto, scomparso durante la pandemia e rimasto sempre nei suoi pensieri, come spesso scriveva sui social pubblicando le foto del genitore sui sentieri di montagna. Ora le loro strade si incontreranno di nuovo.

Vincenzo Martinelli e il dolore del riconoscimento

«Un lavoro a rischio come molti altri, ma se mio fratello avesse saputo del rischio mortale di lunedì mattina avrebbe smesso di fare l’autotrasportatore di combustibili già da molto tempo». Pasquale Martinelli, 57 anni, è il fratello maggiore di Vincenzo, 51 anni di Prato, deceduto nell’impianto di stoccaggio Eni di Calenzano. Tre fratelli i Martinelli, tutti residenti a Prato da molti anni. Vincenzo abitava nel centro storico. Due figlie di 19 e 21 anni e una moglie, anche se separati, che vivono a Maliseti. Il suo, un impiego come autotrasportatore con la B. T di Roma che ha l’appalto dei servizi di distribuzione dei combustibili per l’Eni, una professionalità mai venuta meno e soprattutto, come ricorda Pasquale, «un carattere solare, quello di Vincenzo, sempre pronto a prendere la parte migliore della vita».

Pasquale Martinelli affronta il dolore come se avesse sulle spalle il dovere di non piangere e di non cedere. «Sono andato io dai carabinieri – dice – per presentarmi e denunciare che quella persona deceduta era mio fratello, perché né l’Eni né altri ci avevano ufficializzato la notizia. Domenica sera ci eravamo sentiti al telefono, io e Vincenzo. Parlavamo del più e del meno e del Natale da farsi tutti assieme con la nostra mamma che sarebbe arrivata da Napoli. Mia madre ha 76 anni, ora è distrutta, completamente sconvolta – ripete il fratello della vittima – le ragazze, le sue figlie, sono sotto choc. E ancora non sappiamo quando potremo rivederlo per l’ultima volta».

Sia Pasquale Martinelli sia l’ex moglie sono stati convocati dalla procura per la scelta del medico legale. Tocca ai parenti più vicini farlo. «Per ora non abbiamo effettuato alcun riconoscimento. Dovremo aspettare l’autopsia e capire cosa ci diranno», precisa. «È una storia tremenda, una tragedia. È una porta che va chiusa, che va chiusa per cercare di andare avanti», dice Martinelli, e lo dice come un appello straziante.

Gerardo Pepe e il lutto in Basilicata

Gerardo stringe a se la moglie Maria Antonietta, la donna sorride. È il 16 aprile del 2018 e a Sasso di Castalda, in provincia di Potenza, dove la coppia vive, è un giorno di festa. Ora, invece, nella piccola località nel cuore della Basilicata, è il momento del lutto per la scomparsa di “Gerri”, nato in Germania, 45 anni compiuti lo scorso 10 ottobre, era dipendente della Sergen di Grumento Nova, in provincia di Potenza, che si occupa della manutenzione degli impianti petroliferi. È una delle cinque vittime dell’apocalisse nel deposito Eni di Calenzano. Il centro estetico della moglie, inaugurato quattro anni fa nel centro del paese, è rimasto chiuso. La donna è salita in Toscana già prima che il corpo del marito venisse ritrovato sotto le macerie della pensilina dove le cisterne sono esplose, intorno alle 10,20 di lunedì.

Spiega Rocchino Nardo, sindaco di Sasso di Castaldo ricordando l’operaio. «A nome della famiglia e della comunità chiedo il silenzio su questa vicenda, perché il dolore e l’incredulità sono troppo forti. Gerardo – prosegue – era il classico bravo ragazzo, ma per davvero, e io lo conoscevo bene. Il dolore è fortissimo per lui, per la figlia, la moglie e i genitori». Padre di una bambina di 12 anni, Gerardo – secondo il registro dello stabilimento – era entrato come visitatore alle 7,56. Era insieme a due colleghi lucani, uno è morto, l’altro è in gravissime condizioni a causa delle ustioni. Aggiunge il governatore della Basilicata Vito Bardi: «Tutta la comunità lucana è scossa da questo tragico evento ed è in apprensione per le sorti di un terzo operaio, Luigi Murno, 37enne di Villa d’Agri, rimasto ustionato in modo grave. Quanto accaduto – prosegue il governatore lucano – dimostra ancora una volta come sul tema della sicurezza sul lavoro sia necessario intensificare ogni sforzo. La vita di ogni lavoratore è preziosa e dobbiamo fare tutto il necessario per proteggerla».

Franco Cirelli e la sua passione per la Juve

La famiglia, poi il calcio in generale e soprattutto la Juventus, la squadra del cuore, erano le passioni di Franco Cirelli, 45 anni, anche lui come il collega e amico Gerardo Pepe, morto nell’inferno di Calenzano. Ricorda Marco parlando del collega: «Franco ci hai lasciati così di punto in bianco, dovevi ancora farmi quel gol all’incrocio, ma volevi dedicare tempo ai tuoi amatissimi figli prima di partire per Firenze. Sei stato un collega generoso, un amico leale e un padre meraviglioso e ti voglio ringraziare così, tu che mi hai insegnato tantissimo, ora stai sfilando sempre più su». Residente a Cirigliano, in provincia di Matera, era anche lui dipendente della Sergen, azienda con sede a Grumento Nova che si occupa della manutenzione degli impianti petroliferi. Franco, in passato, aveva fatto parte della Brigata paracadutisti Folgore. Chi era lo hanno raccontato ai giornalisti i cittadini di Cirigliano, piccolo paese con circa 300 abitanti dove il quantacinquenne viveva con la compagna e due figli piccoli. Hanno spiegato che «Franco era un grande appassionato di calcio. Tifava per la Juventus e negli anni passati ha più volte giocato da centrocampista nei campionati delle serie minori lucane».

In molti, infatti, lo ricordano in campo, come Antonio: «Tante partite insieme e qualche giorno fa mi mandavi i saluti. Che brutta notizia. Ciao caro amico». Aggiunge il sindaco di Cirigliano Marco Delorenzo: «È terribile sapere che due onesti lavoratori sono usciti di casa e non vi sono più rientrati». La piccola comunità lucana si sta stringendo intorno ai familiari: Ciao Franco Cirelli non ti dimenticheremo mai. Sei stato, sei e sarai sempre nei nostri cuori. Un grande esempio per tutti, un grande lavoratore, un padre e un marito affettuoso, gentile e disponibile. Sentite condoglianze alla famiglia e una preghiera per te».

Carmelo Corso e l’amaro destino

La seconda vittima pratese dell’esplosione che ha fatto cinque morti a Calenzano si chiamava Carmelo Corso, 57 anni ancora da compiere, era originario di Catania ma ormai dal lontano 1993 si era trasferito a Prato con la famiglia. Viveva a San Giorgio a Colonica e lascia la moglie Tamara e i due figli Elena e Dario. Carmelo Corso era dipendente della Rat, il Raggruppamento autotrasportatori toscani, insomma era uno dei tre autisti morti nell’esplosione insieme ai due manutentori lucani, in passato era stato alle dipendenze proprio dell’Eni come guardia giurata e lunedì mattina, insieme agli altri quattro autisti delle cisterne presenti nell’area dello scoppio, stava facendo il pieno sotto la pensilina numero 6 del deposito Eni. Dai registri d’ingresso dell’impianto è emerso un particolare che rende quanto accaduto ancora più amaro: Carmelo Conso era appena arrivato, visto che il suo ingresso è registrato alle 10,16 di lunedì. Giusto il tempo di fermare l’autocisterna e si è verificata l’esplosione.

Il suo corpo senza vita è stato trovato già nella mattinata di lunedì insieme a quello di Vincenzo Martinelli, l’altra vittima pratese della sciagura, e i familiari sono stati chiamati all’ospedale di Careggi per il riconoscimento. Sul profilo Facebook di Carmelo Conso fin da lunedì sera sono iniziati ad arrivare i ricordi di amici, parenti e conoscenti. Per lui come per le altre vittime, in attesa di comunicazioni ufficiali, è stato il silenzio del telefono cellulare a dare corpo e poi conferma ai peggiori presentimenti. «L'ho capito quando stamattina non rispondevi al telefono – scrive un’amica – Ciao Carmelo». «Caro Carmelo, esistono poche persone come te – scrive un’altra amica – Il dolore è devastante, ma sono convinta che un giorno ci rivedremo con anche la tua famiglia, in un paradiso dove non ci sarà più sofferenza né morte. Çiao persona di gran cuore».

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