Un argine all’odio che monta
Il machismo sessista, omofobo e razzista di Vannacci dilaga e vellica la pancia più retriva del Paese, rimasta per anni silente torna a levare la testa con la bava alla bocca
Cosa c’entra l’ormai famigerato libro del generale Vannacci con il cartello misogino esibito durante il party di una discoteca fiorentina, con l’inno alla violenza sulle donne scritto su una panchina di Certaldo, con gli stupri del branco a Palermo e Caivano?
C’entra. Sono ognuno l’effetto di una montante onda d’odio, quella che il generale, nel suo libro sessista, omofobo e razzista, rivendica come sana e legittima. Un’onda alimentata dalle continue esternazioni di una destra estrema che, pur sedendo al governo (Salvini, Donzelli e giù per li rami, in una lista sempre più lunga), gongola nel cavalcarla, smentendo la destra “sana” rappresentata dai Crosetto e dai tanti che hanno preso le distanze dal generale, sia in FdI che, soprattutto, in Forza Italia, in sempre più evidente imbarazzo. Nel silenzio (pubblico) della premier.
Il machismo sessista, omofobo e razzista di Vannacci dilaga e vellica la pancia più retriva del Paese, rimasta per anni silente, che ora, ritenendosi sdoganata da un governo di destra, una parte del quale non fa nulla per arginarla, anzi la incita, torna a levare la testa con la bava alla bocca.
Va messo un argine. E tutti noi, nel nostro piccolo, dobbiamo rimboccarci le maniche per costruirlo, nel solco della democrazia, dei valori civili e dei princìpi costituzionali. Il Tirreno è da sempre il giornale dei diritti e farà la sua parte.
Dunque, non intendiamo raccontare ai nostri lettori la prima uscita pubblica del generale Vannacci per promuovere il suo libro, a giorni proprio qui in Versilia, a meno che fatti di cronaca non lo rendano necessario. Non saremo cassa di risonanza per le sue bislacche teorie. La Toscana, culla dei diritti da secoli, non merita Vannacci e i suoi accoliti pronti a usarlo per soddisfare i loro bassi istinti. Noi stiamo con il presidente della Repubblica e con la Costituzione che solo due giorni fa egli ha citato, bacchettando il generale senza mai concedergli l’onore della menzione. «È possibile basare una società sul diritto all’odio?».
Il no del Presidente è stato secco e deciso. E l’antidoto è «nell’amicizia, nella fraternità, nel rispetto delle diversità e delle identità plurali per espellere l’odio come misura dei rapporti umani» ha spiegato Sergio Mattarella a Rimini, lasciando trasparire la sua forte preoccupazione per i tanti politici che dal governo hanno avallato un’idea antitetica ai princìpi della Costituzione sulla quale hanno giurato. Sul nostro giornale, pochi giorni fa, il costituzionalista Emanuele Rossi ha scritto: «Chi ha provato a difendere le posizioni espresse nel libro scritto dal generale Vannacci ha fatto ricorso, nientemeno, che alla Costituzione, ed in particolare all’art. 21, per il quale ogni persona ha il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero. Come se quell’articolo, dettato nel 1948 dalla volontà di restituire agli italiani quella libertà che il fascismo aveva conculcato, costituisse ora un ombrello protettivo per coloro che intendano negare i principi democratici sanciti grazie alla Liberazione».
La Costituzione, insomma, non va citata a sproposito, strattonata a seconda delle convenienze, ma va compresa e rispettata. Soprattutto se si è giurata fedeltà alla stessa. Noi stiamo e staremo sempre con il presidente Mattarella. “Il mondo al contrario” è quello di chi odia le donne, di chi ritiene che i gay non siano normali, di chi lascia morire i migranti e disprezza l’altro per il colore della pelle. Non il nostro.
