Esteri
Firenze, liceale va al sit-in e la segnalano ai servizi sociali: «Contro di lei atto intimidatorio e razzista»
La studentessa era tra i partecipanti alla manifestazione degli operai dell'Alba di Montemurlo. Mesi dopo, la segnalazione alla procura minorile. Poi la convocazione dei servizi sociali e l'ispezione a casa
FIRENZE. Via Santo Spirito è stretta stretta in certi punti, ma la parola “diritto” è un vento largo che sbatte contro i muri antichi del centro oggi. Davanti al liceo Machiavelli-Capponi studenti, docenti e sindacalisti dei Sudd Cobas si sono riuniti in presidio. Cartelli alzati: “Tocca una, tocca tutte”, “Solidarietà non è reato”. Sono qui per difendere Haji ma anche se stessi, perché se è capitato a lei potrebbe capitare a tutti: a 17 anni essere segnalata ai servizi sociali per aver partecipato a una manifestazione. Era l’8 novembre, lei in piazza Duomo seduta sul selciato insieme agli operai dell’Alba di Montemurlo, quelli picchiati dai padroni, quelli che lottano contro gli orari disumani e gli stipendi da fame.
Il sit-in – fuori e dentro la boutique Patrizia Pepe – andò avanti per tutta la giornata. Obiettivo: chiedere al marchio di sedersi al tavolo anti-sfruttamento aperto in Provincia a Prato con altri committenti dell’azienda. Mesi dopo, la segnalazione delle forze dell’ordine alla procura minorile. Poi la convocazione ai servizi sociali, descritta come «un interrogatorio», un’ispezione a casa, l’annuncio di colloqui con insegnanti e palestra. E, riferiscono i sindacalisti, l’invito a non partecipare più a cortei e sit-in, paventando «conseguenze più gravi». Guai avvalersi di un diritto costituzionale, guai impugnare e gridare l’articolo 21 per difendere i deboli.
«È molto grave che solo per il fatto che una studentessa abbia partecipato a un corteo – un diritto sancito dalla Costituzione – diventi vittima di un atto persecutorio», dice Annaclaudia Franci, insegnante del Machiavelli-Capponi. «È una grossa deriva anticostituzionale», aggiunge.
I Sudd Cobas parlano di atto «intimidatorio» e «razzista»: la ragazza, figlia di genitori di origine nordafricana, non è stata l’unica studentessa presente al presidio, ma è stata l’unica ad essere stata segnalata. «Sono anni che gli studenti del collettivo partecipano alle nostre iniziative: mai era accaduto», scandiscono dal megafono. La sensazione, dicono, è quella di un precedente pericoloso.
«Noi docenti dovremmo essere contenti, entusiasti», insiste la prof, «quando i nostri studenti partecipano alla vita politica». E invece? «Se un giovane cerca di essere protagonista e consapevole, che cosa gli succede? Viene segnalato». Qualche passante ascolta in silenzio. Non è un’arringa, è una grido civile. «Da insegnante sono molto preoccupata». Attorno tanti ragazzi, e poi 300 firme raccolte in pochi giorni, anche di altri prof. La scuola, che per definizione dovrebbe essere palestra di cittadinanza, si ritrova nel mirino, sotto sorveglianza, sospettata. «Posso assicurare che è una studentessa corretta, garbata», conclude Franci. «Anzi, sono fiera e orgogliosa di averla come studentessa».
Resta la domanda che aleggia tra i vicoli: dove finisce la prevenzione e dove comincia la compressione dei diritti fondamentali? Al Machia la risposta non è giuridica ma morale. È affidata a una frase che rimbalza tra i cartelli e le finestre socchiuse: «Solidarietà non è reato».
