Decreto Lavoro, la sindacalista: «Più voucher nel turismo, così cresce la precarietà»
Tania Scacchetti (Cgil): «Così si dà la spallata ai contratti stagionali»
Il fatto che il decreto Lavoro venga approvato il Primo Maggio è «poco rispettoso» per Tania Scacchetti, segretaria confederale Cgil. Perché nella bozza si parla di poter usare più voucher nel settore turistico ricettivo. E proprio alle soglie dell’estate. «Non sarà una devastazione come coi primi voucher, ma ci preoccupa la concezione di lavoro “on demand”: l’azienda ha bisogno di personale, allora trovo il modo di pagarti il meno possibile».
Scacchetti, siete preoccupati?
«Nella bozza il singolo datore di lavoro nel settore turistico ricettivo può utilizzare i voucher fino a un valore di 15mila euro (non più 10mila). In più si aumenterebbe il numero massimo di dipendenti che deve avere un’azienda per potervi ricorrere. Questo non porterà a un uso esclusivo dei voucher, ma si amplierà il loro ricorso e sostituiranno in parte i contratti di lavoro stagionale che, con i loro limiti, davano comunque garanzie in più».
Cioè?
«Il voucher è un pagamento di un’ora lavorata che non porta alcun diritto con sé, tranne il versamento previdenziale. Perciò con il lavoro occasionale, i voucher appunto, non si può accedere alla disoccupazione, a un salario parametrato al livello di inquadramento, a tutti i diritti (ferie, permessi, trattamento di fine rapporto) che hanno i lavoratori stagionali. Poi il voucher non tiene conto della professionalità: pago 10 euro il lavapiatti, il bagnino, lo chef».
Come mai vi aspettate che i voucher saranno utilizzati di più?
«Secondo l’Inps dopo l’intervento della legge di stabilità l’utilizzo del lavoro occasionale è già aumentato del 2-3%. È una formula che copre delle esigenze e se c’è viene utilizzato dai datori al posto di altre soluzioni. Non è che non esistono formule flessibili per pagare contrattualmente i lavoratori anche per poche ore, ma sono più complicate, presuppongono l’instaurazione di un rapporto di lavoro, con tutele, malattia. Il voucher no».
Questo che conseguenze ha?
«Se la regolarità è parziale, o un pezzo di impresa fa concorrenza con strumenti come il voucher, è chiaro che chi rispetta le regole, per quanto considerate insufficienti e prive di stipendi adeguati, è fuori mercato rispetto agli altri. La deregolamentazione droga l’intero sistema. E consente di competere sui costi e sui diritti delle persone. È questa l’idea più sbagliata nella continua flessibilizzazione e incentivazione alla riduzione dei costi del lavoro, mentre non si affronta la sua qualità, quanto una prestazione ha il diritto di essere riconosciuta e pagata».
Come si dovrebbe fare?
«Invece di dare incentivi a pioggia e inseguire quella logica, dovremmo ribaltarla, aiutare chi rispetta i contratti. In linea con l’Europa, dove ci si è accorti che se continui a impoverire il lavoro, è difficile che la crescita arrivi».
Per qualcuno i voucher servono a combattere il lavoro a nero.
«I dati sul lavoro sommerso o parzialmente sommerso non sono mai diminuiti in Italia. Anzi, la prima stagione dei voucher ci ha fatto vedere che più che far emergere il lavoro nero, ne copre dell’altro. In caso di attivazione del rapporto di lavoro con voucher, se poi i datori coprono solo parzialmente la prestazione mentre il resto è a nero, hanno una “pezza” d’appoggio. Può quindi diventare un elemento che tutela i datori di lavoro rispetto al nero. Non è colpa del voucher, ma questo è un settore frammentato che ha già tassi di evasione altissimi».
Il tempismo è anche quello alle soglie dell’estate.
«Chiaramente si risponde al bisogno di personale, ma questa non è nemmeno la strada per trovarlo. Manca il riconoscimento delle competenze: con il voucher si dice che quello è un lavoro dequalificato, ed è un messaggio sbagliato. Meglio un tavolo apposito per trovare regole che minimizzino i disagi. Basta con la retorica dei ragazzi che non vogliono lavorare: forse non lo vogliono più fare per 12 ore al giorno, senza riposi. C’è più consapevolezza che si lavora per vivere, non il contrario, ed è un segnale che non va demonizzato».
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