Il governo contro le parole inglesi, parla l’esperta: «Contro la povertà lingustica più letture e testi scritti, non multe»
Polemiche per la proposta di legge del deputato Rampelli (FdI). La prof Marotta: «I parlanti sono liberi di scegliere che lingua usare»
Divampano le polemiche sul disegno di legge contro chi si macchia di “forestierismo linguistico”. Autore dell’iniziativa a tutela della lingua italiana è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI), il quale ha depositato un disegno di legge per punire chi non utilizza i termini della lingua nazionale, soprattutto nelle pubbliche amministrazioni, società pubbliche o private, e multinazionali. Abbiamo chiesto un parere sullo stato della lingua italiana alla professoressa Giovanna Marotta, vice direttrice del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa.
Professoressa Marotta, come si può evitare l’impoverimento linguistico della lingua italiana?
«Il modo principale, e il più efficace, per bloccare l’impoverimento linguistico è far leggere e scrivere di più gli studenti, perché purtroppo, negli anni, si sta rilevando una tendenza a non far leggere e soprattutto a non far scrivere. La situazione attuale è per certi versi paradossale».
A quale paradosso si riferisce?
«Le giovani generazioni, soprattutto coi dispositivi elettronici e i social network, leggono e scrivono tantissimo. Ma lo fanno su un tipo particolare di supporto e generano testi che favoriscono l’imitazione della lingua parlata informale e quotidiana. Si verifica quindi uno slittamento verso i registri più bassi della lingua, perché i ragazzi non scrivono più testi di una certa ampiezza e di una certa complessità sul piano logico-argomentativo».
Quindi la povertà linguistica si combatte anche utilizzando in modo diverso i dispositivi elettronici?
«Ormai la lingua dei social ha un suo stile, e non penso che sia facile intervenire per modificarlo. I social vanno bene per alcuni tipi di comunicazione, tipicamente quella veloce ed immediata. Dobbiamo intervenire su livelli plurimi e paralleli: accanto a questo tipo di testi i ragazzi dovrebbero produrre anche altri testi, più strutturati e di più largo respiro, capaci di riflettere lo spessore di un’argomentazione. La lingua è lo strumento più efficace che abbiamo per esprimere il nostro pensiero».
Perché preferiamo gli anglicismi alla ricchezza della lingua italiana? Per esempio, perché si utilizza "fare networking" e non "fare rete"?
«L’inglese è da decenni ed ancora oggi la lingua dominante nelle relazioni internazionali, dalla politica alla cultura, dalla finanza all’economia. Essendo lingua veicolare, l’uso dell’inglese è andato aumentando nel corso degli anni, tanto che attualmente ogni parlante, soprattutto se giovane, vi è costantemente esposto».
Secondo lei usiamo parole inglesi anche laddove si potrebbero utilizzare termini italiani?
«Talora si utilizzano le parole inglesi originali, magari pronunciate da italiani, quindi un po’ storpiate, anche quando ci sarebbero termini italiani adatti al contesto».
L’utilizzo di termini inglesi vuole abbellire concetti italiani?
«Non credo. In tutte le epoche ci sono stati dei contatti tra parlanti di lingue diverse, che danno luogo a forestierismi, cioè elementi di tipo lessicale presi a prestito da altre lingue. Oggi l’inglese è ampiamente usato in tutti gli ambiti culturali e nei mass media. Si pensi, per esempio, alla musica leggera, rock e pop, o al cinema: entrambi questi ambiti hanno costituito e costituiscono tuttora un veicolo fondamentale per la diffusione della lingua inglese».
Perché nelle istituzioni vengono usati termini come "question time" o ministero del "Made in Italy"?
«Questo argomento è complesso. Credo dipenda dalle indicazioni date a livello dirigenziale e politico. Da questo punto di vista, è abbastanza interessante il dibattito attuale. Da una parte si vede che anche nel mondo della politica può prevalere l’utilizzo di termini inglesi (si pensi al liceo made in Italy), dall’altro si registrano alcune prese di posizione forti a favore del ripristino generalizzato e forzato dei termini italiani in senso stretto».
Con il ripristino dell’italiano chiesto da Rampelli, con tanto di multa per gli anglicismi, che messaggio passa?
«La lingua è e resta libera. Perché i parlanti sono liberi di scegliere quale lingua usare. Parlare di multe mi sembra forte. La multa sarebbe una misura eccessiva, soprattutto in riferimento a parole già invalse nell’uso comune».
Nella pubblica amministrazione come si possono integrare lingua italiana e anglicismi?
«Poiché un elemento importante della lingua è la frequenza d’uso, se i termini stranieri sono ormai di uso comune, fanno parte della competenza linguistica dei parlanti; e questo può giustificarne non solo l’esistenza ma anche il mantenimento».
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