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L’Afghanistan e le donne protagoniste

Alessandra Nieri*
L’Afghanistan e le donne protagoniste

31 agosto 2021
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L’articolo 11 della Costituzione afferma il "ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Quanto è avvenuto in Afghanistan dimostra il fallimento di tutte le politiche che utilizzano dominio e invasioni e che, in modo pretestuoso, si qualificano come soluzione di problemi internazionali mirando a garantire la difesa degli stati occidentali da fenomeni di terrorismo. Nella storia dell’Afghanistan, da molto tempo e a varie riprese, potenze coloniali e post coloniali hanno tentato di occupare un Paese strategico per la sua posizione e ricco di risorse di cui si è fatto uso legale e illegale, senza che nessuno ostacolasse la concentrazione della ricchezza in mano di pochi.

Questi ripetuti episodi bellici dimostrano che Stati stranieri non riescono a penetrare nel territorio e nel patrimonio culturale del Paese occupato, ne disprezzano le tradizioni e le popolazioni, evitano perfino di tentare di capire i motivi che portano ad abbracciare culture e manifestazioni religiose anche integraliste. Questa catastrofe, che vede nelle donne le principali vittime, anche se non le sole, deve far meditare sul fallimento di politiche estere di tanti Paesi, non solo occidentali; ma sembrano proprio quelli dei Paesi occidentali i principali errori e non solo in Afghanistan, con abbattimento di Stati laici, a conduzione assolutista ma non fautori di politiche jaidiste, come Iraq e Libia, e il tentativo di ricostruire un Afghanistan moderno dall’esterno senza rispettare profondamente la coscienza delle élite e delle varie etnie componenti il Paese. Le donne, trattate tanto crudelmente nel recente passato, avevano riacquistato spazi di libertà e autonomia che saranno spazzati via, mentre l’Occidente guarda impotente, gli Usa dichiarano la loro rassegnazione, Russia e Cina pensano a sfruttare le straordinarie risorse minerarie di un Paese dove la maggior parte della popolazione è rimasta e rimarrà probabilmente povera e priva di sostegni sociali. Uomini e donne gridano la loro disperazione, le donne arrivano a chiedere la separazione dai loro figli pur di salvarli da un futuro di repressione. Temiamo che poche riusciranno a salvarsi, pochi dei loro bambini potranno arrivare in salvo e sperare in un futuro migliore.

I corridoi umanitari, che richiedono ingenti sforzi organizzativi, potranno salvare alcune persone, ma rimane il fatto che la politica internazionale rimane spettatrice e anche sobillatrice di violenze, discriminazioni, emarginazione di chi cerca di lottare per il progresso del suo popolo.

Così in Birmania, in Bolivia, e adesso in Afghanistan.

Sarà determinante il sostegno che potranno dare le donne italiane, che tanto hanno combattuto per i loro diritti, per una parità legislativa, economica e sociale, sulla quale devono ancora vigilare adoperandosi perché quanto ottenuto in anni di lotte e di sforzi tenaci non venga sminuito o liquidato. C’è ancora molto da fare, e molto da difendere.

Spetterà alle donne, alla loro convinzione e tenacia, non solo impegnarsi per dare tutti gli aiuti possibili, ma mantenere viva l’attenzione su questo che è un attentato vero e proprio alla civiltà, oltre che alla democrazia. La condizione della donna è, dappertutto, il primo segnale della capacità di un popolo di realizzare la vera democrazia.

Il crollo dei loro diritti, il relegarle a marginalità, ignoranza e povertà ancora più marcate di quelle degli uomini non può e non deve essere un breve momento di commozione e di sostegno, deve divenire un impegno duraturo, se si vuole che questo brutale tentativo di limitare e in molti casi cancellare libertà e dignità delle donne afghane non cada nel dimenticatoio e si faccia il possibile per sostenere sia quelle che riusciranno a fuggire che le tante costrette o determinate a rimanere.

*Conferenza Democratiche di Lucca

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