Il Tirreno

Toscana

Il capitalismo non è un modello unico

Franco A. Grassini

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Spinti dalla constatazione che, a partire dagli inizi dell’800, il sistema economico dei Paesi avanzati si è radicalmente modificato, siamo spesso inclini a considerare che il capitalismo che si è affermato sia un modello unico con poche variazioni.

Molti autorevoli studiosi, primo tra questi David Soskice della LSE (London School of Economics), hanno, di recente, messo in luce che ne esistono almeno tre tipi. Il primo di questi, capitalismo liberale, è il sistema prevalente negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, nel quale è il mercato a determinare l’allocazione delle risorse ed i salari, mentre sono i mercati finanziari a consentire o meno che le singole imprese si sviluppino. Il secondo tipo di capitalismo, quello che viene definito dai menzionati studiosi come ”coordinato”, non esclude i mercati e la finanza, ma li influenza sia con iniziative pubbliche, sia con una forte presenza dei sindacati. Questo prevale nell’Europa Occidentale in particolare in Germania, Francia ed Italia.

C’è, poi, un terzo modello, quello cinese, che un professore della City University di New York, Branco Milanovic, ha definito, ottenendo ampi consensi, “capitalismo politico” dato che sono le scelte del partito e dei suoi capi a destinare risorse e dare precisi obiettivi anche in ambito tecnologico alle imprese. Come noto le potenzialità di crescita dipendono in notevole misura dalle innovazioni. Qui l’opinione prevalente degli studiosi che hanno analizzato questo tipo di problemi è che il capitalismo liberale consenta ed aiuti le innovazioni non sostanziali, un processo continuo di piccoli miglioramenti nei prodotti e nei processi produttivi esistenti. Le innovazioni radicali comportano rischi che difficilmente gli attuali mercati finanziari, in particolare quelli USA, sono disponibili a sopportare.

Le cose vanno meglio per il capitalismo coordinato dato che nello stesso i pubblici poteri non solo finanziano la ricerca sia in sede universitaria, sia in altre istituzioni, ma possono dar vita ad imprese pubbliche. Queste, non dominate dalla ricerca del profitto a breve termine, possono dedicare risorse, soprattutto umane, a sviluppare prodotti o tecnologie radicalmente nuovi.

Resta comunque evidente che il capitalismo politico ha una forza maggiore proprio perché non deve raccogliere molti consensi come nei sistemi democratici. Il pericolo che la Cina diventi la maggiore forza tecnologica mondiale, con tutte le conseguenze politiche che ne derivano, non è astratto. Ci può consolare constatando che, come ha recentemente osservato The Economist, i Paesi del capitalismo coordinato, hanno saputo contrastare il corona virus meglio di quelli degli altri due sistemi e sembra siano all’avanguardia sia nel lavoro a distanza sia nei vaccini.

Gli anni della ripresa non saranno certamente facili, ma le opportunità non mancheranno.


 

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