Attimi di paura
L'eremo nella roccia, le leggende e le Befane
Dall’abbazia di Colomini, a Vergemoli, fino alla Grotta del Vento, che dalle Apuane sembra portare agli inferi
Saette e lupi, orazioni e torrenti a dirupo, all'abbazia di Colomini, stampata dentro la roccia viva come le cattedrali in Eritrea, si passa un autunno fragoroso e mistico: qua e là crollano i dossi, le strade s'interrompono di pietroni, i castagni son gialli bruciati. Ma dentro la chiesa, costruita rasente la facciata del monte, sopra l'impetuoso Turrite in strapiena, s'alzano al cielo canti di voci giovani. Sono i frati inventati da padre Gilio Maria Gilioli in Prato, una confraternita di discepoli dell'Annunciazione che scelgono luoghi come Colomini, dirupato, aspro, per pregare soli nella natura, iniziati e sciamani, mentre intorno cade il finimondo di piogge e si alzano nebbioni da tregende, tant'è che nel comune imperante, Vergemoli, fin dal Mille si temono le sdentate Befane e si scendono i burroni della Grotta del Vento, patrimonio dell'umanità, un budello nelle Apuane che in fondo ti porta dritto agli inferi. Sicché in questa Garfagnana sacramentale c'è l'intero percorso da commedia divina, gli antri e i picchi, gli urli della famosa Tana (che urla) e le litanie mariane che fanno bene, parola dei frati, come le giaculatorie del "libro tibetano dei morti" o le tirate di Bob Marley che predicava il rastafasanesimo di dio Jah (interpretato al secolo da Hailè Selassiè negus d'Etiopia).
Perché questo si vuol dire: che senso ha correre tanto nel mondo, materiale e spirituale, quando le medesime formule le hai alla porta di casa, demoni e divinità, guarigioni e misteri, cibi vegani e polenta di castagne? Siamo a una trentina di chilometri da Lucca e la strada è quella che porta a Castellanuovo, uscita di Gallicano. E su c'è l'eremo e sopra ancora Vergemoli.
All'eremo raccontano della solita pastorella che bevendo alla roccia incontrò, siamo nel Mille, la Madonna. L'apparizione non avvenne sul prato, nemmeno in grotta. Invece Maria parlò alla ragazza proprio rasente la facciata e non vi fu verso di farla poi vivere, in statuina, nella più accogliente Gallicano. No. Vi spostarono l'effige ma questa, in miracoloso volo, tornò abbarbicata alla roccia. Allora qui convennero in tantissimi, lasciarono offerte e doni e i frati scavarono una chiesa con sagrestia e l'intero convento forando il monte, così l'eremo, come le chiese eritree (ben più famose), è tuttora uno spettacolo, con incomparabili vedute, vita contemplativa e un vicino ristorantino dove cucinano focacce da urlo. Andar su a Colomini non è agevole. Però i frati meritano una sosta, sono ragazzi semplici, gli occhi incantati, c'è padre Matteo che viene da Verona, c'è un sardo, fra Enrico, che viene da Villacidro. Vivono con quel che dona loro la gente dei luoghi, cucinano, spaccano la legna come i vecchi eremiti, raccolgono castagne, evitano le pietre che cadono da sopra i maltenuti picchi apuani e si ritemprano coi rosari e gli inni. Come i tibetani gloriosi.
Ma la società civile conosce i luoghi anche prima degli eremiti. Vicinissima c'è Fornovolasco, paese che nel medio evo i modenesi Estensi usavano per forgiare, col ferro venuto dall'isola d'Elba, le armi che rivendevano come mercanti. Il ferro veniva portato dalla marina versiliese, passava il monte Forato (dove un santo scagliò un demone e questi, con la gobba inferocita, bucò un costone di pietra), raggiungeva i forni ai quali lavoravano (almeno fino a cento anni fa) parecchi garfagnini.
Tutore della storia e delle leggende vergemoline è il sindaco Michele Giannini, maresciallo della Guardia di Finanza e storico di reputazione (si diletta a scavare archivi e pubblicare preziosi ritrovamenti). In questi giorni gira a trottola tra le frazioni (Fornovolasco, Campo Lemisi, Colomini e San Pellegrinetto; trecentocinquanta abitanti in tutto), calza calosce infangate, è imbottito dentro una giacca a vento umidissima. Là c'è una frana, lì crolla un muro. Tutto deve tornare apposto perché, ci tiene a dirlo, il comune di Vergemoli vive di turismo, in primavera estate ci vanno a migliaia, ma anche adesso si fanno nel territorio escursioni uniche.
La grotta del Vento è fin troppo nota. Situata nel Parco Naturale delle Apuane, vanta un passato di 20 milioni di anni. Dal '57 è attrezzata con comodi sentieri e si scende dentro (11 gradi di temperatura) a vedere, con vari itinerari, colate di stalattiti, drappeggi alabastrini, concrezioni calcaree, ruscelli che formano il fiume Acheronte. Siamo dentro il ventre della terra, il ventre molle, che dona volte di minerali lucenti e fragorose cascate.
La grotta incute soggezione. Gli speleologhi la conoscono anche nei recessi più nascosti, i visitatori però possono sognare in libertà mostri e giganti. E lì vicino c'è un'altra meraviglia, la tana che grida, è un buco che penetra la montagna, raggiunge un sifone e quando si riempie d'acqua, il sifone fa un rumore assordante. In antico si riteneva l'urlo di una creatura malefica, poi la scienza ha appurato. Ma quassù in Garfagnana le leggende continuano a circolare. C'è quella della bellissima donzella lasciata sul crinale del monte da un fidanzato che nel Settecento partì in Corsica dicendole "torno subito". Lei prese sonno, candida e fiduciosa, e siccome lui non tornò, passa un giorno passa l'altro, lei divenne la montagna detta "della bella addormentata".
Quante poesie ha il concorso "bucca bugia" che Vergemoli produce dal 1990 e che ha dato e dà tante bellissime ispirazioni! I versi parlano di pane della madia accanto al focolare e di vino nostro frizzantino. E poi a Vergemoli non si dimentichi la Befana. La vecchietta ha qui il culto e l'adorazione. La creatività popolare si è sbizzarrita in befane rigorosamente cantate, ma perfino Giovanni Pascoli, che in zona è di casa vi scrisse: «Viene, viene la Befana, vien dai monti a notte fonda, come è stanca, la circonda neve, gelo e tramontana». Ancora in ottobre il gelo risparmia l'eremo di Colomini. I frati non hanno riscaldamento, si illuminano coi ceri. E la Provvidenza li ripara. Attorno, in questi giorni di forti temporali, c'è però il finimondo e sindaci e volontari spalano fiumi di fango. La Garfagnana non si fa mancare incanti, emozioni, ma nemmeno apocalissi.
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