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I festeggiamenti

Livorno e i 40 anni della Coop San Benedetto: «Da noi le persone sempre al centro»

di Francesca Suggi
Livorno e i 40 anni della Coop San Benedetto: «Da noi le persone sempre al centro»<br>

Sostegno, ascolto e reinserimento sociale per dipendenze e disturbi comportamentali «Da Livorno all’Elba, in aiuto ai più fragili con equipe di professionisti e rete territoriale»

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Livorno Una storia lunga 40 anni con un minimo comun denominatore: le persone al centro. È quella della Cooperativa sociale onlus San Benedetto “un luogo che accoglie, ascolta e accompagna ogni passo del cambiamento”. «Portiamo avanti questa missione continuando a mettere al centro le persone. Ci mettiamo al loro fianco, mostrando un’alternativa e offrendoci da supporto in questo atto di coraggio, senza giudizio», così la presidente Benedetta Ratti dal quartier generale di via dell’Industria. Lei, insieme al vicepresidente Enrico Centi (anche responsabile del programma terapeutico-riabilitativo) raccontano al Tirreno questo grande traguardo, tra soddisfazioni, attività, conquiste. Un quarantennale che si è festeggiato ieri 30 ottobre e oggi 31 ottobre al Centro artistico Il Grattacielo con una due giorni dedicata.

In 40 anni come sono cresciuti i vostri servizi e la vostra utenza?

Ratti: «Dagli inizi ad oggi, i nostri servizi si sono evoluti ed ampliati. Abbiamo un centro semiresidenziale terapeutico-riabilitativo per dipendenza da sostanze e da gioco d’azzardo, convenzionato con la Asl, che ogni anno accoglie circa 20 persone. È attivo poi un ufficio progetti che, attraverso varie opportunità di finanziamento e percorsi di co-progettazione, struttura interventi sul territorio e intercetta nuovi bisogni. Abbiamo aperto anche una sede secondaria a Piombino, per poter essere più a contatto con le necessità delle Zone Distretto Valli Etrusche ed Elba, dove operiamo in sinergia alle realtà locali. Tramite progettazioni sperimentali, nel 2002 la nostra coop è stata la prima ad affacciarsi al mondo della problematica del gioco d’azzardo patologico, intuendone la portata. Dal 2014 abbiamo implementato anche un servizio mensa che si rivolge a varie tipologie di clienti, da enti a persone fisiche».

Siete diventati un pilastro del sociale cittadino. A chi dire grazie?

Ratti: «I “grazie” da dire sono tanti. Al fondatore, don Edoardo Medori, che ha avuto la forza di credere in un’idea così profondamente da renderla realtà; a tutte le persone che lavorano e hanno lavorato con noi, mettendo a servizio professionalità ed esperienza; ai nostri soci, che sostengono e accompagnano il nostro sviluppo; alla rete di istituzioni, enti e partner pubblici e privati, con i quali ogni giorno lavoriamo fianco a fianco per cercare di dare risposte concrete ai bisogni del territorio. Poi il grazie più grande, quello che è motore e senso di ciò che facciamo, va a chi ogni giorno sceglie di affidarsi a noi in un prezioso atto di fiducia».

Il momento più memorabile e quello più difficile di questi 40 anni.

Ratti: «Dai racconti della memoria storica della cooperativa è sempre emerso il ricordo del periodo in cui venivano organizzati gli “Spettacoli d’autunno”, vere e proprie feste cittadine che erano manifestazione tangibile della forte appartenenza al territorio della coop. Di momenti difficili ce ne sono stati tanti, soprattutto legati a difficoltà economiche che hanno portato preoccupazioni e richiesto sacrifici. Resilienza e dedizione gli elementi di forza che sono sempre emersi con coraggio, permettendoci di superare queste fasi».

La sua soddisfazione più grande?

Ratti: «Riempie di orgoglio sapere di far parte di una realtà locale che ha fatto e fa la differenza: vedere riconosciuto e apprezzato il nostro lavoro in tutti i contesti in cui operiamo e comprendere di avere effettivamente una ricaduta sul territorio attraverso le nostre attività».

Avete nuovi servizi in rampa di lancio o progetti che vi stanno particolarmente a cuore?

Centi: «Tra i progetti più nuovi che ci appassionano e su cui stiamo investendo, quello avviato a marzo 2023 per il trattamento dell’Internet addiction disorder (Iad). È una condizione psicologica complessa, caratterizzata da un uso compulsivo e incontrollato della rete, capace di compromettere in modo significativo la sfera sociale, scolastica, lavorativa e familiare dell'individuo. Il nostro intervento abbraccia i diversi usi problematici di internet e del digitale: dal gaming disorder fino al fenomeno dell'Hikikomori e dell’isolamento sociale. Per questa nuova impresa, abbiamo strutturato un modello d'intervento integrato e multidisciplinare, caratteristica che viene adoperata anche per le dipendenze “tradizionali”. La presa in carico è affidata a un'equipe di professionisti altamente specializzati e specificamente formati, che lavorano non solo con l'utente, ma anche attraverso colloqui e percorsi di sostegno rivolti ai genitori, elemento fondamentale per ricostruire un contesto relazionale equilibrato e consapevole».

Dipendenze e reinserimento sociale. Quanto è grande il fenomeno in base alla vostra esperienza? Quali le dipendenze "della porta accanto" che riscontrate nella quotidianità livornese?

Centi: «Negli ultimi anni abbiamo assistito a una rapida e importante trasformazione della tipologia di utenza e delle modalità di consumo. La realtà oggi più diffusa è quella del policonsumo, caratterizzata dall'uso combinato di più sostanze. Riscontriamo inoltre una crescente presenza di sostanze sintetiche di “laboratorio” e un consumo sempre più diffuso di psicofarmaci, spesso facilmente reperibili anche tra le mura domestiche. Un fenomeno critico è poi rappresentato dal Disturbo da gioco d’azzardo (Dga): un sommerso imponente. A fronte di un numero elevatissimo di persone che giocano in maniera problematica, solo una minima parte si rivolge ai servizi specializzati. Spesso, peraltro, il Dga non si presenta isolato, ma porta con sé anche una dipendenza da sostanza, come alcol, cocaina o nicotina. In questo scenario, il reinserimento sociale è il vero pilastro del percorso di cura. Il nostro valore aggiunto nasce dall'essere una realtà radicata sul territorio: crediamo nell'importanza di affrontare la dipendenza all'interno della vita quotidiana. La rete familiare e affettiva costituisce un elemento di supporto indispensabile, che si integra e si rafforza grazie alle opportunità offerte dal ricco tessuto associazionistico e solidale di Livorno, una risorsa fondamentale per costruire reali percorsi di riscatto e inclusione».

Quando vi scontrate con le ricadute e come le gestite?

Centi: «Non amo il verbo "scontrate", perché evoca l'idea di una lotta o di una guerra aperta contro la ricaduta. In realtà, noi non facciamo la guerra a nessuno: la ricaduta non viene letta come un fallimento del percorso o come un nemico da sconfiggere, bensì come un momento critico e intrinseco al processo terapeutico-riabilitativo, che va accolto, ascoltato e trasformato in uno strumento di lavoro. Quando una ricaduta si presenta, la gestiamo con un approccio rigorosamente non giudicante. Insieme all'assistito, l'equipe multidisciplinare analizza l'episodio per comprendere quali fattori emotivi, ambientali o relazionali abbiano innescato la ricerca della sostanza o del comportamento problematico. L'obiettivo non è colpevolizzare, ma trasformare l'evento critico in un'opportunità di apprendimento e consapevolezza».

Progetti futuri?

Ratti: «In una società che si sviluppa a ritmi sempre più rapidi, vorremmo lavorare a un rafforzamento della nostra area progettazione, così da poter continuare a stare al passo con l’evoluzione dei bisogni e dei fenomeni sociali ed essere pronti a rispondere».l

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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