Il bikini compie 80 anni, la rivoluzione vista a Forte dei Marmi: «Fino ad allora in spiaggia c'era la lana»
Sergio Marrai, una vita al Bagno La Pace al Forte: «Ho visto cambiare il mondo un centimetro di stoffa alla volta»
C’è un numero che quest’estate risuona tra i granelli di sabbia del Forte, tra il sibilo del libeccio e il tintinnio dei bicchieri al tramonto: ottanta. Ottanta come gli anni del bikini, il costume a due pezzi che ha osato scoprire l’ombelico del mondo, e ottanta come gli anni del Bagno La Pace, istituzione del centro cittadino della Versilia che dal 1946 osserva il mutare delle mode e dei costumi.
A tenere il timone di questo veliero di sabbia c’è Sergio Marrai, classe 1940, un uomo che ha il mare nelle vene e i ricordi nitidi come una mattina di bonaccia. «Nel '46, a dire il vero, al Forte di bikini non se ne vedevano ancora», esordisce Sergio con un sorriso sornione. Per vedere la vera rivoluzione del "due pezzi" bisognò attendere la fine degli anni Cinquanta, quando le prime audaci bagnanti iniziarono a mostrare "la carne sciolta", provocando non pochi sussulti tra i frequentatori più conservatori. «Il costume intero soprattutto per le donne, in quegli anni, era eleganza e copriva in più anche qualche difettuccio».
Prima del nylon e delle sgambature vertiginose, la spiaggia era però il regno della lana. Sergio ricorda con precisione quasi cinematografica una famiglia di Prato che occupava la prima cabina a sinistra. Il nonno, un «residuo dell’anteguerra», sfoggiava un costume che oggi definiremmo un pezzo d’antiquariato: pantaloncini con le bretelle e corpetto rigorosamente di lana nera. All’epoca, una donna passava tra le cabine per raccogliere i costumi da lavare in un secchio; ebbene, per il solo costume del signore pratese serviva un bacino intero. Era un "maxi-costume" che, una volta bagnato, pesava come un fardello di storia.
L’arrivo del bikini, tra la fine degli anni '50 e l’inizio dei '60, fu uno choc culturale. «Vedere l’ombelico delle donne era già un passo avanti incredibile», racconta Sergio. Le straniere, spesso portate dalle agenzie di viaggio tedesche, erano le più disinvolte, ma presto anche le italiane iniziarono a seguire la scia. Non mancavano gli imprevisti del mestiere: durante i salvataggi, capitava che i lacci dei nuovi costumi cedessero. «La pigliavi come veniva, non stavi a guardare dove mettevi le mani, l'importante era salvarla», ricorda Marrai con la praticità di chi ha fatto del soccorso una missione di vita.
La storia di Sergio alla Pace inizia quasi per caso, per una necessità di salute: una difterite infantile curata con l'aria di mare su consiglio del medico. Suo padre, falegname, acquistò la concessione nel 1946 e Sergio è letteralmente cresciuto sulla spiaggia. Prese il brevetto da bagnino a 18 anni nella Darsena di Viareggio, superando prove durissime come recuperare la sabbia dal fondale per dimostrare la propria tempra. Ma è il 1966 l’anno che resta scolpito nella memoria e sulla pelle. In una giornata di mare forza 8, con il pontile chiuso e transennato per la furia delle onde, Sergio non esitò a tuffarsi. «C'erano tre giovanotti in fondo al pontile, attaccati a una boa, da pazzi», racconta. Rimase in acqua cinquantadue minuti, lottando contro un mare che sembrava voler inghiottire tutto, mentre gli altri bagnini, più anziani, osservavano impotenti dalla riva. Quel gesto di puro eroismo gli valse una medaglia al valore, un riconoscimento che oggi cita con un misto di orgoglio e pudore: «Ho fatto solo il mio mestiere».
Oggi, mentre guarda i bambini correre nudi sulla riva e tra le docce, cosa un tempo proibitissima dai regolamenti e dalle mamme, - Thomas Mann ne sapeva qualcosa - e le signore con il perizoma, Sergio Marrai resta il custode di quel La Pace che ha visto il mondo cambiare un centimetro di stoffa alla volta.
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