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Francesca Fialdini torna in tv con “Fame d’amore”: «Se anche una sola famiglia in più chiede aiuto il nostro lavoro ha un senso»

di Luca Tronchetti

	Francesca Fialdini ha partecipato a "Ballando con le Stelle"
Francesca Fialdini ha partecipato a "Ballando con le Stelle"

Disturbi alimentari e disagio psichico, la giornalista toscana di nuovo in onda con la settima stagione da domenica 17 maggio in seconda serata su Rai 3

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Ritorna nelle case degli italiani con sensibilità, gentilezza, rispetto a soprattutto capacità d’ascolto Francesca Fialdini, giornalista nata a Massa che va orgogliosa delle sue origini toscane ed è stata capace, giorno di giorno, di conquistare con vitalità ed empatia una fascia sempre maggiore di telespettatori. Domenica 17 maggio in seconda serata va in onda su Rai 3 la settima stagione di “Fame d’Amore”, la trasmissione divulgativa sui disturbi alimentari e comportamentali che l’ha resa popolare e molto amata soprattutto tra le nuove generazioni. Perché in Italia e nel mondo una persona su tre soffre di problemi di carattere mentale e il 75% dei disturbi psicologici si manifesta entro i primi 25 anni di vita ed è quindi tipico di un mondo giovanile che ricorre sempre di più a psicologi e psichiatri. L’importanza di chiedere aiuto e accettare di farsi curare è uno degli elementi cardine su cui ruota la trasmissione con filmati di storie dei ragazzi ospiti di strutture sanitarie e comunità a Verona, Milano e Cagliari che Francesca Fialdini incontrerà a casa o in famiglia avendo modo di conoscere i genitori, gli amici o i compagni di viaggio in un viaggio verso la loro guarigione che passa inevitabilmente dal loro terapeuta.

Siamo alla settima edizione di “Fame d’Amore”. Da quando si sono accesi i riflettori sui disturbi alimentari e sul disagio psichico, ha notato una maggiore apertura da parte dei ragazzi ma anche degli adulti e dei genitori? Quanto può aver aiutato il programma?

«Credo che la cosa più importante sia stata rompere il silenzio. Quando abbiamo iniziato, parlare di disturbi alimentari in televisione in modo così diretto non era affatto scontato. Oggi molte persone, soprattutto i più giovani, hanno meno paura di dire “sto male” o “ho bisogno di aiuto”. Anche tanti genitori ci scrivono raccontando di aver riconosciuto segnali che prima sottovalutavano. Naturalmente una trasmissione non cura, non sostituisce medici e specialisti, ma può fare una cosa preziosa: creare consapevolezza e spingere qualcuno a chiedere supporto. Se anche una sola famiglia trova il coraggio di affrontare il problema, allora il nostro lavoro ha avuto senso».

In cosa si differenzia questa settima edizione dalle precedenti?

«Quest’anno entriamo ancora di più nella fragilità del presente. Raccontiamo storie molto diverse tra loro, ma unite da un senso profondo di smarrimento che tanti ragazzi vivono oggi. Per la prima volta seguiamo anche persone che non hanno ancora iniziato un percorso terapeutico e che faticano perfino a riconoscere il proprio dolore. È una stagione forse più dura, ma anche molto autentica, perché mostra quanto sia complicato chiedere aiuto quando ci si sente persi».

Nelle ultime stagioni ha ampliato molto il suo percorso televisivo, tra intrattenimento, musica e ballo. Si vede sempre più nel mondo dello spettacolo oppure sente ancora forte il richiamo del giornalismo d’approfondimento?

«Io continuo a sentirmi prima di tutto una donna curiosa delle persone. Poi è vero: negli ultimi anni mi sono concessa esperienze diverse, anche più leggere, che mi hanno sorpresa e divertita. Ma non vivo queste dimensioni come opposte. Credo che oggi la televisione chieda autenticità più che etichette. Mi interessa fare programmi che abbiano un’anima, che sappiano intrattenere senza rinunciare ai contenuti. È lì che mi sento a casa».

Quale trasmissione le piacerebbe condurre nella prossima stagione Rai? E si sentirebbe pronta per il Festival di Sanremo?

«Non ho mai costruito la mia carriera inseguendo un titolo preciso. Ho sempre cercato progetti nei quali potermi riconoscere umanamente. Sanremo è il luogo simbolo della televisione italiana, quindi sarebbe ipocrita dire che non emozionerebbe chiunque lavori in questo mestiere. Però penso anche che ogni esperienza arrivi nel momento giusto. Non penso al Festival della canzone. Oggi mi interessa continuare a crescere, magari sperimentando linguaggi nuovi, senza perdere la mia identità».

Da “Ballando con le Stelle” a “Sognando… Ballando con le Stelle” sino alla giurata di “Canzonissima”: il pubblico ha scoperto una Francesca Fialdini diversa, più ironica e leggera. Quando ha capito di avere questa poliedricità?

«Forse l’ho scoperto strada facendo. Per tanti anni il pubblico mi ha conosciuta soprattutto attraverso programmi più rigorosi o legati all’approfondimento. “Ballando” mi ha costretta a uscire dalla mia zona di comfort e a mostrarmi con più spontaneità, anche nelle fragilità. È stato liberatorio. Ho capito che si può essere seri senza prendersi troppo sul serio e che il pubblico apprezza la verità».

Lei ha iniziato come giornalista prima per i quotidiani e poi per le radio. Come si può arginare oggi la crisi dell’informazione, soprattutto della carta stampata? E se dirigesse un quotidiano locale o regionale su cosa punterebbe per avvicinare i giovani?

«Credo che il vero rischio oggi sia la velocità senza profondità. I ragazzi non sono disinteressati all’informazione, semplicemente cercano linguaggi diversi e contenuti nei quali riconoscersi. I quotidiani locali sono realtà sane e indispensabili. Punterei molto sul racconto del territorio, sulle storie vere, sull’inchiesta fatta bene e sulla capacità di spiegare la complessità senza urlare. E poi investirei sull’educazione all’informazione: insegnare ai più giovani a distinguere una notizia verificata dal rumore continuo dei social è ormai una necessità civile».

Un artista o un personaggio a cui si ispira in modo particolare nella conduzione dei programmi tv?

«Lilly Gruber. Più che un modello assoluto, è una professionista che ammiro per il modo in cui ha attraversato il proprio lavoro. Mi colpiscono gli artisti capaci di restare fedeli a sé stessi anche dentro un mondo che cambia continuamente. Penso a chi riesce a coniugare eleganza, profondità e leggerezza senza mai diventare artificiale. È una qualità rara, e forse è quella che cerco anch’io nel mio percorso».


 

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