Luporini-Gaber, quella coppia nata per caso in un bar ci regalò i gioielli del teatro-canzone
Il compleanno del pittore-scrittore viareggino: Sandro Luporini compie 90 anni, il nipote Roberto racconta il magico sodalizio con Giorgio Gaber
VIAREGGIO. Difficile raccontare a parole chi delle parole ha fatto arte, nel senso dei testi dell’inseparabile Giorgio Gaber. Perché di Sandro Luporini, arrivato a toccare la boa dei 90 anni, da sempre la prima cosa che colpisce è la fisicità. Le mani grandi che reggono l’immancabile sigaretta, gli occhi che si socchiudono a scrutare il mondo intorno, l’incedere dinoccolato del ragazzo che guardava i soldati americani giocare a basket nella pineta di Viareggio, con i cesti di paglia a fare da canestri. Insomma, uno uomo che occupa lo spazio intorno a sé ancora prima di aprire bocca. Anche se poi, sul palcoscenico degli spettacoli a doppia firma, era il milanese Giorgio a calcare i metri quadrati del palcoscenico. Mentre il viareggino Sandro sceglieva «i luoghi più impensabili e meno visibili della sala, così che Gaber scrutava e ri-scrutava - mano sugli occhi - il teatro per cercare di capire dove fosse finito Luporini».
A riavvolgere il filo dei ricordi è Roberto Luporini, marito della figlia di Gaber, Dalia, e figlio di un fratello di Sandro, che era il più piccolo di tre. Quel fratello con il quale l’artista - pittore, scrittore, paroliere (per quanto riduttiva sia la definizione) - in realtà un palcoscenico lo ha calcato: il parquet dove scivolano veloci i palloni del basket. Arrivando fino in seria A con il “Vela basket” dei primi anni Cinquanta. Ed è un giovanissimo Luporini - racconta il mipote - che, “sbarcato” a Roma per frequentare l’Accademia di Belle arti, si mantiene appunto giocando a basket. Ma la Capitale che in quegli anni trasuda cinema, non è quello che va cercando Sandro Luporini pittore. Il quale, nel 1956, si trasferisce a Milano, quartiere Sempione. Dove incontra un giovane Gaber, di 9 anni più giovane ma già noto: «Si conoscono per caso, in un bar del quartiere», continua Roberto, «e si vanno a completare in maniera assolutamente casuale». Del resto il caso è una componente centrale della vita di Sandro Luporini: «Il “devo” gli è sempre appartenuto poco e ama ripetere di essere fiducioso nel caso che lo protegge». Di lì a poco prende il via la collaborazione artistica, con Luporini “fulminato” dalla fisicità di Gaber sul palco e dal suo modo di arrivare al pubblico. Alla fine degli anni Novanta, quando quel primo incontro al bar di quartiere Sempione ha già dato ampi frutti artistici, Gaber racconta: «Ci conosciamo dal '59, io avevo appena cominciato questo mestiere e Luporini abitava a Milano, eravamo dei vicini di casa. Devo dire che io allora facevo assolutamente il cantante, lui faceva assolutamente il pittore e cominciammo a scrivere delle cose insieme per divertimento, in quanto il mercato della musica leggera non consentiva alcuni tipi di canzoni un po' particolari... Questa vicinanza, questo affetto, ha trovato poi nello spazio teatrale una dimensione più congeniale a questo tipo di cose e dal '70-'71, dal "Signor G" in avanti, gli spettacoli sono stati firmati tutti Gaber-Luporini».
Spettacoli che nascevano rigorosamente in Versilia, all’ombra di quel “Sandro sta scrivendo” che chi scrive ascoltava pronunciare da un padre pittore, alle cui mostre Luporini non mancava mai di passare. «Per due mesi Luporini era “prigioniero” di Gaber», ricorda il nipote: «Ed era Gaber a raggiungere Sandro. Il quale, terminato il suo compito dopo i mesi di luglio e agosto, non mancava di sottolineare che per l’amico si apriva la stagione in teatro ed “io, invece, vado al biliardo”».
In realtà la testa di un osservatore come Luporini non sta mai ferma, e la “zampata” del gatto finto assopito produceva, durante l’anno, pensieri e parole come topolini acchiappati al volo qua e là e poi messi in “dispensa”. Di questo, e di molto altro, discutevano i due artisti-amici: «Gaber diceva a Sandro che con il vino messo in cantina era necessario fare attenzione, altrimenti diventa aceto». Entrambi «meticolosi all’estremo sul lavoro», ma diversi nell’affrontare la vita: ed è il cemento che rende a tenuta stagna le amicizie indissolubili.
«Sandro ha sempre amato poco la progettualità», sono ancora le parole di Roberto Luporini pronunciate con la quasi certezza che alla fine abbia ragione lui, arrivato a 90 anni, con un lavoro - “Lo Stallo” - scritto appena due anni fa, regia di Davide Riondino, in un’alternanza di canzoni e monologhi nella tradizione del Teatro Canzone.
«Sono stati bene, insieme», aggiunge Roberto. E forse non c’è altro da dire. Per un artista nel senso pieno della parola che di sé - ricorda il nipote - qualche volta sottolinea «sono stato più un personaggio che una persona». Personaggio nel senso di interprete unico di un Paese che è cambiato rapidamente negli anni d’oro della collaborazione Luporini-Gaber.
Quando la Passeggiata di Viareggio non era sinonimo solo di spaghetto allo scoglio a portata di turista, ma al bar Casablanca «con una gauloise, la nikon, gli occhiali, blue jeans scoloriti, la barba sporcata da un po’ di gelato, parliamo, parliamo di rivoluzione, di proletariato». Ironia, certo. Ma su una solida base di speranza collettiva. —
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