Auguri al giornale di tutti noi, da 143 anni faro sulla Toscana - Video
Era il 29 aprile 1877 quando “Il Tirreno” venne fondato dal garibaldino Bandi. Lo storico palazzo livornese è stato colorato di azzurro da Paolo Grossi
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LIVORNO. Giuseppe Bandi, maggiore con la "camicia rossa" garibaldina, la verve di giornalista da battaglia doveva avercela nel sangue prima ancora di mettere in piedi, esattamente 143 anni fa, il nostro giornale (che allora si chiamava "Il Telegrafo"): dirà lo scrittore Luciano Bianciardi, maremmano come lui e come lui burbero, che le sue cronache della spedizione dei Mille sono il capolavoro di quella stagione narrativa che ha fondato l'epopea del Risorgimento. L'idea di "glocal" sarebbe saltata fuori oltre un secolo più tardi ma Bandi la prefigura fin dal giorno del debutto del nuovo giornale con cui affianca le pubblicazioni della "Gazzetta Livornese". Un foglio locale che nasce per dar conto giorno per giorno della guerra russo-turca, un conflitto che finirà presto nel dimenticatoio. Eppure, in un mondo assai meno interconnesso del nostro, secondo Bandi l'avrebbero fatto "graditissimo a tutte le creature umane che vivono tra 'l ponte di Stagno e l'Antignano, senza differenza di culto o di color politico o di cervello". Il giornale di Bandi prende l'impegno quell'ultima domenica di aprile 1877: raccontar "le battaglie, i fatti d'arme, le avvisaglie, i diavoleti e tutto quanto avvenga di clamoroso in questo trambasciato mondo". Senza dimenticare quel che accade sull'uscio di casa: il giornale promette che "raccoglierà di tanto in tanto qualche granciporro cittadino, mettendo in bernesco la vanità spropositata d'un bietolone e d'un dottoraccio". Due pagine destinate a "ogni persona la quale non ami vivere col capo dentro il sacco".
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Al pari dei sussulti che agitano quasi un secolo e mezzo di vita del nostro Paese, anche la storia del giornale non è un fluire pacioso e rilassato: non potrebbe esserlo visto che stiamo parlando di una realtà radicata dentro quella "storia quotidiana" che sta nelle notizie, nella narrazione di sé che fa una comunità. Non è un segreto che il giornale non porti più il suo nome originario ma sia stato ribattezzato "Il Tirreno" in nome del "mare nostrum" (anche se, benché non abbia mai attecchito granché nell'immaginario collettivo, fin grossomodo all'Elba la denominazione ufficiale resta "mar Ligure"). È stato il segno di una doppia discontinuità. La prima, dopo la fine del regime fascista che condusse l'Italia alla guerra: le autorità alleate chiudono il giornale in mano alla famiglia Ciano, imparentata con Mussolini, e lo riaprono nella Livorno liberata a fine gennaio '45 appunto come "Il Tirreno". E' peraltro curioso che nel '43, nel convulso periodo fra la caduta di Mussolini (25 luglio) e lo sfaldarsi dello Stato sabaudo (8 settembre), comparve un editoriale a firma di Furio Diaz, primo sindaco comunista di Livorno: mentre Galeazzo Ciano, ancora proprietario del giornale, era fra i burattinai della "notte del Gran Consiglio" e nel giro di poche settimane sarebbe stato giustiziato nell'ultimo grande processo che regolava i conti all'interno del regime. "Il Tirreno" tornerà infine a chiamarsi nel '78, nella terza "fondazione" del giornale. Dopo che l'allora sindaco Pci di Livorno, Alì Nannipieri, che in realtà era un pisano di San Giuliano, fece qualcosa che nessun altro ha mai fatto: la requisizione del giornale in nome dell'informazione. Un bene comune che compie 143 anni illuminandosi di azzurro grazie al grande lavoro della Paolo Grossi Music Staff, così come in ricordo della Liberazione si era "colorato" di tricolore.
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