Dario Niccodemi, il livornese geniale che creò il teatro italiano del Novecento
Fu drammaturgo e soprattutto regista delle opere di Pirandello. Ce lo racconta il nuovo libro di Giuseppe Donateo
il libro
Sera del 9 maggio 1921, teatro Valle di Roma. La prima rappresentazione di “Sei personaggi in cerca d’autore” scatena una bufera in platea. Grida, insulti, lancio di monetine, richieste di rimborso del biglietto. Il pubblico è scatenato, il capolavoro di Pirandello è troppo rivoluzionario per essere compreso subito dagli spettatori comuni. Sul palcoscenico, nel tentativo di placare gli animi, si presenta un signore sulla cinquantina, elegantemente vestito, il quale cerca inutilmente di spiegare i concetti basilari dell’opera appena messa in scena. L’uomo si chiama Dario Niccodemi, è nato a Livorno nel 1874, ma è diventato quasi subito un giramondo.
È lui il direttore della compagnia che ha dato carne e sangue alle fantasmagoriche creature immaginate dal drammaturgo siciliano. Niccodemi ha messo in piedi una formazione teatrale quello stesso anno, dopo essersi rivelato un brillante commediografo, amato dal pubblico borghese degli anni precedenti la Grande Guerra, autore di testi di successo, come “La maestrina” e “La nemica. Giuseppe Donateo, giornalista (al “Tirreno” fino alla pensione) e scrittore, è partito da qui nel suo ultimo libro “Dario Niccodemi, il regista di Pirandello”, edito da La Conchiglia di Santiago (presentazione venerdì alle 16,30 alla libreria Feltrinelli di Livorno) mettendo in luce un aspetto ancora poco studiato di Niccodemi: quello di direttore di compagnia e regista. Una ricerca fatta in buona parte su materiale messo a disposizione dall’Archivio Niccodemi, curato da Carla e Antonio Durbé, discendenti di Dario.
Il volume parte proprio dall’adolescenza di Dario a Buenos Aires, dove il padre Antonio, orefice, si era trasferito nel 1884, e dove il ragazzo era cresciuto facendo vari lavoretti, fino a firmare, dopo i vent’anni, critiche teatrali su giornali locali. Quindi, nel 1902, arriva l’occasione della vita: un’intervista a Gabrielle Réjane, stella internazionale del teatro, diventa un colpo di fulmine in tutti i sensi. La diva, 46 anni splendidamente portati, convince Dario, 28 anni, a seguirla a Parigi. I due si amano e lui diventa segretario generale del teatro stabile che porta il nome della celebre attrice. Un incarico che lo mette in contatto con il meglio della cultura francese, ma anche internazionale. Rimane colpito dalle idee di gente del calibro di Stanislavskij e Antoine. Si rende conto di quanto l’Italia sia rimasta arretrata, anche nel campo dello spettacolo, con le sue indisciplinate compagnie di giro, con la figura del “grande attore” che monopolizza l’attenzione degli spettatori e stravolge i testi classici, con gli scenari di cartapesta. Un teatro ancora ottocentesco, intriso di polvere e ragnatele.
Niccodemi metabolizza la lezione parigina e, rientrato in Italia, finita la guerra nel 1918, decide di gettarsi in una nuova avventura: la Compagnia Drammatica Italiana, da lui fondata e diretta, è formata da attori giovani, colti, di estrazione borghese, a loro agio nei salotti eleganti. Con Niccodemi si faranno un nome i vari Luigi Cimara, Vera Vergani, Luigi Almirante e Sergio Tofano. Il direttore si rivelerà anche un formidabile scopritore di talenti. Due esempi su tutti: Anna Magnani ed Elsa Merlini.
La compagnia sarà, nel corso degli anni Venti, la più famosa e apprezzata da critica e pubblico. Donateo pone l’accento proprio sul carattere innovativo delle idee niccodemiane, alle quali si ispireranno ben presto le altre formazioni italiane. Concetti molto chiari: amalgama tra gli attori, studio meticoloso del testo, scene ricostruite dal vero, giochi di luce, nessun “mattatore” sul palcoscenico, ripresa di autori dimenticati e, al tempo stesso, valorizzazione di giovani emergenti. Inoltre, la regia. Perché Niccodemi si dimostra regista a tutti gli effetti, quando ancora in Italia questo termine è semisconosciuto. Lui taglia, sposta, riadatta, cambia, inventa con lo scenografo Angoletta messe in scena particolari, se tutto ciò è utile a rendere ancora meglio lo spirito del testo.
Il libro, è anche una panoramica del teatro europeo successivo alla Grande Guerra, non trascura il Niccodemi uomo, con le sue debolezze e fragilità, evidenziate dai diari. C’è l’amore per Vera Vergani e Niobe Sanguinetti, il dolore per la prematura morte della figlia Mamé, il ricordo di curiosità ed episodi relativi ai viaggi all’estero. E infine il dramma della malattia che lo porterà, nel 1934, alla tomba: l’encefalite letargica. —
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