Dall’oratorio alla serie A, la sfida contro Hamrin. «Ma il cuore è a Livorno»
Ritratto del “Vodz”, l’uomo che ha portato gli amaranto in B
Il Comandante non si ferma mai. In piedi dalle 8 del mattino impegnato, lui simpatizzante interista, sino dopo le 20 nella scuola calcio marchigiana del Milan Élite Sangiorgese di Porto San Giorgio. Perché per Osvaldo Jaconi, lecchese di Mandello del Lario residente a Civitanova Marche e a furor di popolo cittadino onorario di Livorno, sin da bambino quella che palla che rotola è sempre stata in cima ai suoi pensieri. Anche oggi che taglia il traguardo di 75 anni, nonostante il suo invidiabile palmares con il record di 11 campionati vinti, la gioia più grande resta quella di insegnare calcio e trasmettere i valori inculcati dai genitori, perduti troppo presto, e dai maestri dell’oratorio e del settore giovanile.
Com’è stata la sua infanzia.
«Sono nato nella valle dei Promessi Sposi, a dieci chilometri dal punto in cui s’intersecano l’Adda e il lago. Uno degli ultimi bimbi della zona a venire alla luce in casa. Mio babbo Angelo, tifoso juventino, lavorava alla Moto Guzzi e mia mamma Dorina era casalinga. Avevo anche un fratello minore che ho perduto a 42 anni. La mia è stata un’infanzia spensierata: bagni estivi nel lago, pesca, rudimentale monopattino in legno e pallone. Tanto pallone. Sino a 6-7 all’oratorio di Mandello poi, quando per lavoro mio babbo si trasferì a Seregno in Brianza, dai salesiani di San Rocco. Sono stati anni fondamentali. Mi hanno forgiato insegnandomi il rispetto per le persone. E soprattutto una dote che mi è servita da allenatore: il buonsenso». Dall’oratorio ai ragazzi del Seregno che faceva la IV serie il passo è breve. Tre anni con il debutto in D: 10 presenze e 4 gol».
Che giocatore era Jaconi.
«Un centrocampista forte fisicamente che non aveva paura a calciare da fuori con una buona tecnica di base e tatticamente capace di seguire l’azione. Giocavo con la maglia numero 7 o con la 8. Sa qual è stata la mia fortuna? Scegliere di tornare indietro per andare avanti. Dopo il Seregno mi voleva il Fanfulla sempre in IV serie. Avrei giocato da titolare. Invece Guido Capello, allenatore del settore giovanile del Lecco, mi convinse a fare un provino con i blucelesti.E in quella società, che stazionava tra A e B, sono stato dieci stagioni conquistando il campionato De Martino, diventando vice campione d’Italia nella Primavera, esordendo in serie A, vincendo il campionato di C da protagonista. Ma soprattutto ho imparato la cultura del lavoro».
Il suo debutto in serie A.
«16 aprile 1967, Lecco-Fiorentina. Avevo 20 anni e il fotografo m’immortalò, io il più giovane del campionato, assieme a Kurt Hamrin che con le sue 33 primavere era il più anziano in campo».
Jaconi e la Toscana: sono passati 20 anni dalla promozione del Livorno in serie B.
«Quella città è casa mia: quei tifosi, quella maglia, quei calciatori rappresentano una parte di me. Sono passati gli anni, ma per gli ultras amaranto sono ancora “Vodz” (in cirillico, il Capo). Dal 1972 il Livorno non frequentava più la B e quella storica promozione segnò l’inizio di un ciclo chiusosi soltanto la scorsa stagione con il fallimento. E quando il sindaco mi ha chiamato nel “collegio dei saggi” per dare un futuro alla squadra mi sono sentito davvero gratificato. Ma in Toscana ero già stato la prima volta da calciatore nel gennaio 1969 come prestito militare a Pistoia in C. Con gli orange ci salvammo nello spareggio sul neutro di Lucca contro il Pontedera. Segnai una doppietta nei supplementari. Nella Lucchese commisi un errore. Andai a vedere una partita del Livorno in B. I tifosi mi presero di peso e mi portarono in curva. Quelle foto finirono a Lucca e gli sportivi iniziarono a contestarmi. Cercai di spiegarmi, ma a fine stagione dopo aver vinto i playout in curva apparve uno striscione “Jaconi ultras amaranto, addio senza rimpianto”. Mi colpì, ma li ho capiti. A Livorno vincemmo il campionato al secondo tentativo, ma pesarono le vittorie contro il Pisa. Per i toscani il campanile è ragione di vita».
Gravina e il miracolo Castel di Sangro, Spinelli padre padrone del Livorno.
«Due storie differenti, ma entrambe esaltanti. Un paese di 5500 anime che dalla C2 arriva alla serie B è un miracolo che, a mio giudizio con persone duttili e intelligenti e l’alchimia necessaria tra le varie componenti, può essere ripetuto. Come si vincono i campionati? Con la leggerezza. A Livorno prima di partite importanti lasciavo liberi i ragazzi senza creare inutili pressioni. A Castel di Sangro, prima della finale playoff per andare in B contro l’Ascoli, il nostro capitano Cei al mattino percorreva le vie del centro in bicicletta con il figlio nel cestello. Gravina era un presidente passionale, ma di profonda cultura e non mi stupisce sia arrivato nei vertici del calcio. Qualche dissapore l’ho avuto. All’ultimo minuto dei supplementari nella semifinale playoff feci entrare un difensore, Salvatore D’Angelo, per il trequartista e idolo di casa Bonomi. Il presidente mi avrebbe linciato. Ma il terzino segnò il gol della vittoria. Nella finale playoff prima dei calci di rigore inserì il portiere di riserva Spinosa, che non aveva mai giocato, al posto del titolare. La stessa mossa che hanno fatto Van Gaal con l’Olanda ai mondiali del 2014 e di recente Tuchel. Andò bene: Spinosa parò i rigori e fu serie B. Spinelli? Credo di essere trai pochi ad aver resistito due anni. Una volta entrò nello spogliatoio e voleva suggerirmi la formazione. “Presidente – dissi – facciamo così: domani prende carta e penna e mi scrive una bella lettera così restiamo amici più di prima”. Certo, non fossero arrivati i risultati mi avrebbe cacciato».
Il suo rapporto con Chiellini?
«L’ho lanciato titolare a 17 anni nel Livorno. Lo presi dagli Allievi: prima terzino, poi centrale. Ancora ricorda la mia ramanzina. Un giorno, febbricitante, non si presenta all’allenamento e rimane a casa senza avvertire. Il giorno dopo arriva e mi presento: “Ma dove credi di essere capitato”. Da quel giorno mi informava su tutto».© RIPRODUZIONE RISERVATA
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