Prato, un altro brand è finito nel mirino del sindacato Sudd Cobas
Protesta davanti al magazzino della Zuiki, marchio campano con 160 negozi in Italia. Una parte della produzione viene fatta dalle aziende cinesi
PRATO. Un altro brand della moda è entrato nel mirino del sindacato Sudd Cobas, impegnato a combattere lo sfruttamento nel “distretto parallelo” cinese. Si chiama Zuiki, è stato creato a Napoli nel 2003 dai fratelli Nunziata e ora vanta 500 dipendenti, un fatturato di 90 milioni e 160 negozi sparsi per il paese.
Che c’entra con Prato? C’entra perché, secondo quanto riferito dal sindacato, una parte della produzione viene fatta a Prato nei pronto moda cinesi in condizioni di lavoro che non rispettano il contratto. Per questo stamattina, 9 maggio, un gruppo di sindacalisti e operai si è piazzato davanti al magazzino della Zuiki, in via Nora Marconi, per raccontare la storia.
Una storia che ricorda da vicino quella di Piazza Italia, altro brand campano (di Nola) che a febbraio è stato messo in amministrazione giudiziaria su richiesta della Procura, che contesta ai titolari di aver sfruttato il lavoro grazie ai subappalti. In quel caso non ha retto la giustificazione del “noi non sapevamo”. In questo caso siamo ancora alle schermaglie.
Tutto è nato l’anno scorso, quando quattro iscritti al Sudd Cobas che lavoravano per la All Goods, una stireria cinese di via Galcianese, hanno ottenuto la regolarizzazione delle loro condizioni di lavoro, cioè otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Poi però si sarebbe ripetuto un copione già visto, il tentativo di espellere i “corpi estranei” sindacalizzati chiudendo l’attività per riaprire sotto altro nome, il pronto moda New Gj in via Gora del Pero.
«Siamo qui – ha spiegato Luca Toscano del Sudd Cobas durante una conferenza stampa davanti al magazzino Zuiki in via Nora Marconi – perché come è già successo altre volte ci sono battaglie che nascono in stirerie o pronto moda anonimi, però risalendo le filiere ci troviamo di fronte a un marchio come la Zuiki. I lavoratori che qui protestano lavoravano in subappalto per la Zuiki. In particolare sono i lavoratori della All Goods, in presidio dal 14 aprile al Macrolotto (in via Gora del Pero, ndr) e lo stanno facendo per gli stessi motivi per cui lo hanno fatto i lavoratori dell’Alba».
L’Alba è l’azienda di Montemurlo che produceva per i grandi marchi e che l’anno scorso ha mandato a spasso 18 lavoratori, metà dei quali sono stati poi riassunti al termine di una faticosa mediazione coi committenti, dapprima riottosi e poi convinti a trattare, primo caso a Prato e tra i primi in Italia.
« L’anno scorso questi lavoratori – ha detto Toscano riferendosi ai dipendenti della All Goods di via Galcianese, che ora non c’è più – hanno riconquistato i propri diritti, con turni di lavoro umani, ma pochi mesi dopo si sono visti di fatto smantellare la fabbrica, sono stati presi in giro, perché l’attività doveva ripartire ma di fatto non è mai ripartita. Arriviamo qui dopo aver contattato il marchio (Zuiki, ndr) chiedendo che si assumesse le proprie responsabilità. Ci hanno risposto di non avere rapporti commerciali con queste società, che potrebbe trattarsi di un subappalto. Ma non sta a noi – ha aggiunto sorridendo il sindacalista – non sta al sindacato e tanto meno ai lavoratori definire se questo è un subappalto. C’è un fatto. Questi lavoratori lavoravano in condizioni di sfruttamento trattando merci della Zuiki, e lo sappiamo perché 12 ore al giorno, sette giorni alle settimana, attaccavano i cartellini Zuiki sui capi d’abbigliamento. Quindi noi oggi facciamo una denuncia di come spesso l’anonimato è collegato a marchi che hanno negozi nei centri delle città, e facciamo un appello (sempre alla Zuiki, ndr): non nascondetevi dietro un dito, perché l’ignoranza di quello che accade nella propria filiera non è una giustificazioe, semmai è un aggravante dello sfruttamento. Se hai una filiera produttiva e non sai chi produce, questa cosa getta ancora più ombre su come è organizzata la tua azienda, non può essere un alibi. Noi siamo intenzionati a dare battaglia. Se la risposta dell’azienda non dovesse cambiare avvieremo una mobilitazione come nel caso dell’Alba. Cioè non staremo solo davanti ai magazzini, ma andremo anche davanti ai negozi, dove si realizza il profitto di queste aziende».
È questa la nuova strategia del sindacato, inaugurata quando ci si è resi conto che inseguire gli sfuggenti imprenditori cinesi che lavorano per i grandi marchi è una fatica di Sisifo, un grande sforzo che rischia di rivelarsi inutile. Molto più produttivo, nell’ottica di garantire i diritti di chi lavora in condizioni di sfruttamento, è chiedere ai committenti di assumersi le proprie responsabilità. Anche questa una grande fatica, ma con maggiori probabilità di successo. l
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