Prato, morì a 35 anni per tumore: l’Asl condannata a risarcire marito e figlio
Carcinoma visto con ritardo e l'intervento chirurgico giudicato inutile e dannoso. Conto di 260mila euro
PRATO. Un carcinoma diagnosticato con un ritardo di mesi a cui si aggiunse un intervento chirurgico inutile e dannoso.
Una sommatoria di errori che portarono alla morte, dopo almeno tre anni di dolori continui e periodiche illusioni naufragate, una 35enne, sposata e madre di un bimbo piccolo.
Il calvario della donna ha trovato una risposta giudiziaria nella condanna dell’Asl Toscana Centro a risarcire marito e figlio con oltre 260mila euro.
Nel conto il Tribunale di Firenze (giudice Roberto Monteverde) considera anche gli effetti prodotti sui familiari di un’agonia durata anni.
Non c’è solo la vulnerabilità sempre più decadente fisica e psichica affrontata dalla paziente, vittima di errori sanitari che la condannarono a un decesso prematuro. La consapevolezza di non sopravvivere alla malattia è un danno da dover risarcire.
I fatti
La donna nel dicembre 2013 è preoccupata per un dolore al seno destro. Nell’autopalpazione scopre una massa sospetta. Si sottopone, quindi, a un controllo al Centro Prevenzione Oncologica Eliana Martini, centro in capo all’allora Asl 4 di Prato. La dottoressa le fornisce una diagnosi negativa che nei referti è un bene, consigliandole un controllo ecografico a breve che ha un esito anche quello negativo.
Il 2 gennaio 2014 si sottopone a un nuovo controllo perché i dolori non passano. E la risposta è che, nonostante la presenza della massa, deve ripassare dopo tre mesi. Si arriva al 4 marzo 2014 quando nell’ennesima visita le viene detto di nuovo di tenere sotto controllo quella massa che la impensierisce e di cui non si capisce la natura (una mammografia avrebbe chiarito meglio al posto dell’ecografia, ndr) con un’autopalpazione costante. «Torni tra 6 mesi» la congeda il medico.
La “sentenza”
La svolta, in negativo, arriva il 17 maggio. Accompagna il marito al pronto soccorso e, avendo ancora dolori persistenti al seno, si confida con un medico. Lui capisce la gravità del caso e le dice di tornare dopo due giorni. Eseguita la visita senologica con ago-biopsia mammaria, viene e accertata la presenza di un “carcinoma infiltrante della mammella, lesione neoplastica maligna”. Sono passati cinque mesi dal primo controllo medico. Una sentenza confermata dal prelievo dei linfonodi.
L’intervento
Operata d’urgenza il 6 giugno 2014 con una mastectomia radicale, la donna muore dopo neanche tre anni senza mai aver recuperato una salute minata dagli errori diagnostici iniziali: è il parere del Tribunale che accoglie le risultanze della consulenza tecnica disposta per fare chiarezza sulla vicenda.
Gli errori
La relazione boccia l’operato dei medici definendo «erronea la decisione di eseguire l’operazione chirurgica di mastectomia radicale e di linfoadenectomia senza aver previamente sottoposto la patologia della signora a stadiazione preoperatoria secondo quanto disposto nei protocolli nazionali (vedi linee guida AIOM), disattendendo altresì le buone pratiche oncologiche di inquadramento stadiativo, ovvero senza conoscere lo stadio della malattia neoplastica, senza essere stata sottoposta al vaglio decisionale del Gruppo Oncologico Multidisciplinare (GOM), secondo quanto previsto dall’assessorato alla Salute della Regione Toscana».
Nel corso dell’istruttoria le risultanze peritali hanno evidenziato l’erroneità e l’inutilità dell’intervento chirurgico del 6 giugno 2014, «ingiustificato e pertanto dannoso», che «ha sicuramente reso più difficoltoso il compimento di atti della vita quotidiana, nonché lo svolgimento, nel tempo libero, di attività sportive, lavorative, ludiche, relazionali, comprese quelle con il partner, non solo per il danno organico, ma anche per gli aspetti psicologici che ne sono scaturiti».
La responsabilità
Per il Tribunale, quindi, l’Asl «deve essere ritenuta responsabile dell’intervento ingiustificato e dannoso di mastectomia associato a linfoadenectomia ascellare ipsolaterale eseguito il 6 giugno 2014 e di tutte le conseguente derivanti da tale intervento, nonché della mancata acquisizione di un valido consenso informato dalla paziente».
Vortice di dolore
Nella dichiarazione di consenso rilasciata dalla paziente tre giorni prima dell’intervento, oltre a non essere indicato il cognome del medico che l’ha acquisita, il consenso risulta rilasciato su un modulo prestampato e del tutto generico, senza indicazione dei termini dell’operazione.
«Dal giugno 2014 la famiglia si è vista inghiottire da un vortice inesorabile di dolore – conclude la sentenza -. Da tale momento viene infatti acquisita la consapevolezza della gravità della malattia e del suo probabile exitus, puntualmente verificatosi nel marzo 2018. Giovane madre e moglie, sa delle invasive pratiche mediche che le verranno somministrate (chemio), della sua difficoltà e impossibilità a far fronte alle incombenze della vita quotidiana, dell’incapacità di fornire rasserenazione ai propri familiari, dell’avanzare della malattia nel tempo concessole, con il dolore fisico e psichico cui da luogo e del destino finale cui va in contro. Si aggiunge la importante lesione chirurgica somato-estetica ed il surplus di sofferenza derivante dall’intervento subito, inutile e dannoso. Il marito e il piccolo figlio ne vedono e compartecipano inevitabilmente, senza alcun rimedio, la sua sofferenza». E anche quel danno di patimento indotto dalla certezza di non avere speranze di una salvezza per la moglie e la mamma merita di essere risarcito.l
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