Il conflitto
Prato, al via il processo con 50 imputati per i telefoni cellulari e la droga trovati in carcere
Tra coloro che compariranno davanti al gup ci sono anche un ispettore e un agente di polizia penitenziaria, accusati di aver favorito la fuga di un detenuto
PRATO. Sono in totale 50 gli imputati che il prossimo 23 marzo compariranno davanti al giudice dell’udienza preliminare Jacopo Santinelli nel procedimento penale nato in seguito al ritrovamento di una grande quantità di telefoni cellulari all’interno del carcere della Dogaia. Si tratta di 46 detenuti, 13 dei quali erano reclusi nel reparto di alta sicurezza, la moglie e la compagna di due detenuti, un ispettore e un assistente della polizia penitenziaria, gli ultimi due accusati di aver consentito il 20 dicembre 2024 la fuga di un detenuto, Vincenzo De Luca (che poi fu ripreso), dal reparto dei semiliberi, dove non avrebbe dovuto trovarsi.
Arriva dunque in aula il “caso Dogaia”, un carcere dove entra di tutto, dai telefoni cellulari alla droga, senza che finora si sia riusciti ad arginare il fenomeno. Il processo nasce dalle prime ispezioni ordinate la scorsa estate dalla Procura di Prato, cui poi ne sono seguite altre che hanno confermato la situazione di illegalità presente nella casa circondariale.
Tra coloro che sono accusati di aver ricevuto e usato telefoni cellulari dentro il carcere c’è anche Stefano Marrucci, che sta scontando una condanna a 20 anni per aver ucciso Gianni Avvisato il 24 novembre 2021 a Comeana. Lui non era recluso nella sezione di alta sicurezza e avrebbe usato lo smartphone per tenersi in contatto con l’esterno. Ma ci sono anche altri detenuti i cui nomi dicono poco ai più, che però con quei cellulari e mini-smartphone made in China potevano fare danni all’esterno, perché sono quelli rinchiusi nel reparto di alta sicurezza dove in genere finiscono i membri della criminalità organizzata: Antonio Novelli, Francesco Mastrogiacomo, Giovanni Ranavolo, Bruno Annunziata, Francesco Pio Corallo, Luigi Junior Giuliano, Nicola Langella, Salvatore Alfuso, Vincenzo Barbato, Pasquale Di Vilio, Luca Ciccora, Luigi Albergatore, Fabio Santoro.
Alcuni di loro erano già stati accusati di aver detenuto e usato telefoni cellulari in carcere, sia alla Dogaia che in altri istituti di detenzione, perché ovviamente il problema non riguarda solo la casa circondariale di Prato, anche se qui si è manifestato in modo clamoroso, con particolari anche pittoreschi, come quello del detenuto che dalla sua cella pubblicava video su TikTok come se fosse al bar.
Tra le accuse per alcuni dei 46 detenuti ci sono anche quelle di aver ricevuto pacchi contenenti droga e di aver partecipato a un paio di rivolte nei confronti della polizia penitenziaria, il 7 maggio e il 5 luglio dell’anno scorso.
La droga e i telefonini arrivano alla Dogaia in molti modi: nei pacchi inviati dai familiari, nascosti nei sottofondi delle pentole e tra le fette di salumi; coi droni che volteggiano intorno al carcere e si avvicinano alle finestre delle celle (che non sono ancora protette da reti anti-intrusione; oppure lanciati direttamente dall’esterno con palloni da calcio o pacchi, come accaduto lo scorso 28 febbraio, quando una sessantina di detenuti hanno impedito alla polizia penitenziaria di recuperare tre pacchi lanciati dall’esterno da due giovani poi identificati dalla stessa polizia penitenziaria. Ora sta per iniziare il processo che potrebbe allungare le pene detentive che molti imputati stanno già scontando all’interno della Dogaia.
