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Come sono stati spesi i soldi pubblici dati al tessile? Il Comune di Prato indaga sul distretto e affida uno studio a un advisor internazionale

di Mario Neri
Come sono stati spesi i soldi pubblici dati al tessile? Il Comune di Prato indaga sul distretto e affida uno studio a un advisor internazionale

Incarico da 55 mila euro: sarà un’analisi sugli impatti industriali degli investimenti. Serve a capire se hanno creato competitività e sostenibilità, ma anche per cambiare rotta. E intanto il commissario si fa sempre più “politico”

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PRATO Una città industriale assomiglia a un motore: può continuare a girare per inerzia anche quando i segnali di usura sono già evidenti, oppure fermarsi in tempo per cambiare i pezzi prima che sia troppo tardi. A Prato, il Comune, oggi retto da un commissario straordinario, ha scelto la seconda strada. Almeno nelle intenzioni. Per questo ha affidato alla EY Advisory - gigante della consulenza sui servizi economici, informatici e tecnologici con base a Londra ma con diversi satelliti anche in Italia - uno studio destinato a misurare l’impatto degli investimenti pubblici nel distretto tessile e a costruire un piano operativo per la transizione energetica del comparto.

L’incarico, formalizzato con una determinazione dirigenziale del Servizio Energia e Ambiente, ha un valore complessivo di 54.900 euro, e dovrà essere avviato in tempi rapidi per rispettare le scadenze legate ai finanziamenti europei del progetto "Net Zero Districts". L’obiettivo immediato è duplice: da una parte verificare quali effetti abbiano prodotto i circa 10 milioni di euro destinati al distretto tessile dalla legge di bilancio 2022, dall’altra tradurre in azioni concrete il capitolo "Industria" del Climate City Contract, lo strumento con cui le città candidate alla neutralità climatica pianificano il percorso verso la riduzione delle emissioni.Il lavoro richiesto non è soltanto una fotografia tecnica. Dovrà coinvolgere imprese, raccogliere dati sui consumi energetici e idrici, costruire scenari di evoluzione fino al 2030, 2040 e 2050, individuare modelli di governance e proporre interventi operativi. In altre parole, si tratta di passare da una fase di finanziamenti e interventi puntuali a una pianificazione industriale di lungo periodo.

Per un’amministrazione commissariata, l’atto ha anche un valore politico implicito. In assenza di una guida eletta, la macchina comunale tende per natura a limitarsi all’ordinaria amministrazione. Qui invece emerge la volontà di mantenere aperta una prospettiva strategica, legata non solo all’ambiente ma alla competitività stessa del distretto. E non è la prima volta che Claudio Sammartino veste panni "politici" nell’interpretazione del suo ruolo da commissario. Ma è proprio sul terreno delle trasformazioni del distretto che lo studio potrebbe avere l’impatto più rilevante.

Il tessile pratese resta uno dei sistemi produttivi più importanti d’Europa, ma opera in un contesto radicalmente mutato. L’energia pesa sempre di più sui costi, i grandi marchi chiedono filiere a basse emissioni, le normative europee diventano più stringenti. Senza strumenti di misurazione e senza una strategia condivisa, molte imprese rischiano di trovarsi impreparate.

Uno studio può aiutare a individuare margini di efficientamento, a favorire investimenti in impianti energetici, a rendere il territorio più credibile nell’accesso a nuovi fondi europei. Può anche contribuire a rafforzare il coordinamento tra imprese, uno dei nodi storici del distretto, dove la forza della specializzazione si accompagna da sempre alla debolezza della frammentazione.

Ma sarebbe ingenuo pensare che un’analisi, da sola, basti a cambiare la traiettoria di un sistema industriale. I limiti strutturali del tessile pratese sono noti: aziende spesso di piccola dimensione, margini ridotti, edifici industriali datati, processi produttivi che richiedono grandi quantità di energia termica, la più difficile da sostituire con fonti rinnovabili. E poi, come se non bastasse, un pezzo di economia (e fabbriche) affidata all’illegalità e allo sfruttamento. A questo si aggiunge una fragilità finanziaria diffusa, che rende complesso sostenere investimenti con tempi di ritorno lunghi.

C’è poi un fattore meno visibile ma decisivo: il tempo. La transizione energetica procede con la lentezza delle decisioni locali e con la velocità dei mercati globali. Se il distretto non accelera, il rischio non è tanto ambientale quanto economico: perdere quote di mercato perché altri produttori riescono a garantire costi più stabili o standard ambientali più elevati.

Per questo l’affidamento dello studio può essere letto come un passaggio preliminare, non risolutivo ma necessario. Serve a mettere ordine nei dati, a costruire scenari, a indicare una direzione. Il passo successivo, quello più difficile, sarà trasformare le analisi in investimenti reali e in scelte condivise. In fondo, la metafora del motore torna utile: la diagnosi è indispensabile, ma non basta. Dopo viene il lavoro in officina, e quello richiede tempo, risorse e soprattutto la volontà di chi quel motore lo deve continuare a far funzionare ogni giorno.l
 

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