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La mafia, le stragi e la trattativa: il procuratore di Prato racconta il “biennio di sangue”

di Alessandro Pattume

	La presentazione del libro di Luca Tescaroli
La presentazione del libro di Luca Tescaroli

Luca Tescaroli ha presentato a Firenze il suo ultimo libro sui misteri di cosa nostra e sulla risposta dello Stato

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PRATO. Un monito per le nuove generazioni, «perché non si dimentichi la massima rappresentazione della pericolosità del crimine organizzato nel nostro Paese». Con queste parole Luca Tescaroli, procuratore della Repubblica di Prato, introduce “Il biennio di sangue 1993-1994”, libro in cui ricostruisce, carte processuali alla mano, i fatti che hanno portato alla condanna degli esponenti di Cosa Nostra responsabili di quelle stragi. Nomi e cognomi dei «trentadue autori delle stragi che non sono stati solo individuati ma anche arrestati e processati – spiega Tescaroli – Un risultato straordinario, che dimostra qual è la forza inesauribile dello Stato nel contrasto al crimine organizzato».

La verità completa

In una sala Pegaso gremita, il presidente della Fondazione Caponnetto Salvatore Calleri da una parte e il presidente Eugenio Giani dall’altra, Luca Tescaroli mette a fuoco un periodo in cui avviene qualcosa di nuovo e terrificante. «Per la prima volta si verifica un attacco al cuore dello Stato che avviene in maniera globale nell’arco di più anni – comincia – Mai la mafia, i corleonesi si erano spinti in una strategia di attacco eversivo. Mai si era assistito a vicende di questo tipo». Fino a quel momento c’erano stati altri episodi ma frutto di una “selezione”: Rocco Chinnici e la strage del Natale 1984, «che possono essere considerati il preludio allo stragismo degli anni a venire», spiega il procuratore. Quel periodo Luca Tescaroli lo conosce bene. Da procuratore aggiunto a Firenze ha coordinato la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) riprendendo in mano le indagini sulle stragi del 1993. «Ognuno di noi ricorda dov’era il 23 maggio e il 19 luglio 1992 – commenta Salvatore Calleri – l’attacco diretto allo Stato: anni terribili». «Lo Stato ha saputo infliggere colpi durissimi – dice Tescaroli – sebbene la mafia abbia cercato di colpire uomini e istituzioni è tornato a farlo in modo selettivo. Oggi quell’organizzazione è molto meno pericolosa di allora». Rimangono però delle domande senza risposta. «Uno dei grandi quesiti è questo: perché è cessata quella campagna di stragi? – si chiede Tescaroli – certamente non perché non avessero risorse. Nel 1994 Cosa Nostra era viva e vegeta. È necessario alimentare una riflessione collettiva: il 27 e 28 marzo 1994 ci sono elezioni politiche, lo stragismo si è concluso. Senza una verità completa non ci può essere giustizia – conclude il procuratore – ed è un motivo che dovrebbe indurre a cercarla, sia a livello giudiziario che storico».

L’impegno collettivo

«Il parallelo alla situazione politica di quegli anni mi ha colpito molto – spiega Giani – la situazione politica era fragile: le elezioni del 1992, Mani Pulite, un periodo di disfatta e di vuoto di potere. In quel vuoto di potere si consumano queste vicende». «Fin dallo sbarco degli alleati i mafiosi sono stati usati per stabilizzare la situazione – spiega Tescaroli – il loro era un rapporto istituzionalizzato dalla funzione anticomunista. Cosa Nostra ha agito in questa prospettiva, la linea è sempre stata questa. Nel 1992 c’è la rottura di quell’equilibrio. Un fatto che mi ha fortemente colpito è stato lo studente di via dei Georgofili: è stato visto affacciarsi dalla finestra e divampare come una torcia. È morto mentre era a casa, in modo orribile, come in tempo di guerra. Allora i cittadini e lo Stato hanno reagito come mai prima – conclude – Non ricordo momenti di maggior impegno collettivo. Il ministro Martelli disse “Chiedete e vi sarà dato”, e così fu. Si fece percepire che lo Stato c’era».

Un’ombra nera

Nella Sicilia dell’epoca spunta un’esponente dell’estrema destra che, in contatto con Cosa Nostra, «risulta che abbia instillato l’idea di colpire il patrimonio artistico perché in questo modo si possono sortire effetti diversi – racconta Tescaroli – il patrimonio artistico non lo puoi sostituire come un magistrato». Si chiama Paolo Bellini, «un soggetto di avanguardia nazionale, che si è trasferito in Sicilia e ha sentito l’esigenza di contattare un mafioso, Antonino Gioè, legato a Giovanni Brusca, che stava lavorando alla strage di Capaci. Paolo Bellini continua a incontrarlo più volte fino alla fine del 1992 e nel corso di questi incontri discute con Gioè di opere d’arte che dovevano essere fatte ritrovare a fronte di trattamenti di favore per alcuni mafiosi in carcere». Questa trattativa è il contesto in cui nasce lo spunto degli attentati di Firenze, Roma e Palermo. «Come mai un uomo come Paolo Bellini fa questo? – si chiede Tescaroli – E’ poco credibile che abbia agito da solo in uno snodo peculiare in cui molti avevano interesse ad accelerare un cambiamento, che era già alle porte: vi era l’interesse il progredire per stabilizzare secondo determinate logiche il Paese». 

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