Il Tirreno

Prato

Il caso

Detenuto tenta il suicidio durante la visita degli avvocati nel carcere di Prato

di Paolo Nencioni

	L'incontro in Provincia dopo la visita degli avvocati alla Dogaia
L'incontro in Provincia dopo la visita degli avvocati alla Dogaia

Il racconto dei legali e dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”: «Alla Dogaia c’è anche chi fa la fame perché il cibo non basta»

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PRATO. Finestre rotte da quattro mesi, lenzuola cambiate ogni tre mesi, cimici nei materassi, cibo che scarseggia. La visita dei rappresentanti della Camera penale di Prato e dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” nel carcere della Dogaia ha confermato quanto di brutto si sapeva sulla casa circondariale, teatro di cinque suicidi in meno di un anno.

Venerdì sera, 6 dicembre, un detenuto ha tentato di impiccarsi in cella e un altro ha inscenato un tentativo di suicidio addirittura durante la visita di avvocati e volontari. Insomma: cartoline dall’inferno.

Ne hanno parlato ieri pomeriggio, 7 dicembre, nella sede della Provincia i membri dell’Osservatorio carcere della Camera penale e Rita Bernardini, presidente di “Nessuno tocchi Caino”.

«Lo schifo che abbiamo visto – ha detto Rita Bernardini – riguarda entrambe le sezioni di media sicurezza della Dogaia. Chi ci lavora è messo dallo Stato nella condizione di violare i più elementari diritti umani. Comandante e direttore stanno facendo il possibile, però il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria manda gli ispettori e poi non manda le risorse per risolvere problemi».

Uno dei temi è da sempre il sovraffollamento, che in teoria alla Dogaia non c’è (615 detenuti su 586, roba da poco), ma in certe sezioni, come ha ricordato Bernardini, il sovraffollamento c’è e fa danni. E fosse solo quello.

«Molti detenuti non hanno parenti che portino loro le lenzuola, quelle che ci sono hanno un colore indescrivibile perché gliele cambiano ogni tre mesi. Alcuni hanno sulle braccia i morsi delle cimici. Il direttore ci ha detto che sono stati spesi 12.000 euro per debellarle e sono ancora lì». In compenso stavolta, come ha ricordato l’avvocato Gabriele Terranova, non si sono visti gli scarafaggi, sarà merito del freddo.

Sì, perché molte finestre del corridoio della media sicurezza sono rotte da mesi e non sono state ancora sostituite. In alcune celle piove e in molte non c’è il secchio della spazzatura.

Nel 2024 c’è chi ancora soffre la fame in carcere. «Ho incontrato tre detenuti pachistani – racconta Rita Bernardini – Mi hanno detto che oggi il pranzo non è arrivato perché il cibo è finito durante la distribuzione, a metà della sezione». 

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