Il Tirreno

Prato

Il distretto parallelo

Prato, la caccia agli imprenditori di fatto è uno spettacolo di ombre cinesi

di Paolo Nencioni

	Gli operai e i sindacalisti del Sudd Cobas davanti alla Linea Glamour
Gli operai e i sindacalisti del Sudd Cobas davanti alla Linea Glamour

Gli operai al picchetto davanti alla Linea Glamour: «Ci hanno sfruttati, ora scappano»

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PRATO. «Ati! Domani Aldo Moro, capito?». Ati è Hussein Atif, uno dei quattro operai (tre pachistani e un afgano) che da domenica 1° dicembre si sono piazzati insieme al sindacato Sudd Cobas davanti al maglificio Linea Glamour di via Aldo Moro dopo la chiusura improvvisa della Tessitura Sofia di Montemurlo, lo scorso 28 ottobre. Quello che in un breve vocale su whatsapp gli dice di andare a lavorare in via Aldo Moro, invece, è il suo ex titolare, un imprenditore cinese che si fa chiamare Giacomo e che, secondo gli operai e il Sudd Cobas, controlla di fatto sia la Tessitura Sofia che la Linea Glamour. Ora gli operai che hanno perso il lavoro dopo aver chiesto il rispetto dei loro diritti chiedono di essere ricollocati alla Linea Glamour, il cui titolare però continua a sostenere di non aver nulla a che fare con la Tessitura Sofia.

Atif ha fatto ascoltare il vocale ai cronisti durante la conferenza stampa di stamattina, 6 dicembre, in via Aldo Moro, davanti al maglificio ora deserto, accanto a un braciere col quale operai e sindacalisti tentano di combattere il freddo. È in quelle poche parole la risposta alla polemica richiesta fatta mercoledì al Sudd Cobas dal titolare della Linea Glamour, Liu Jianwei, che nega qualsiasi collegamento con la Tessitura Sofia: «Vogliamo sapere quando i loro iscritti hanno lavorato a Linea Glamour, per quanto tempo, in qualche periodo e con quali orari: aspettiamo risposta». Ecco, la risposta è arrivata e quei messaggi, oltre ad alcuni video, sono già nelle mani dell’Ispettorato del lavoro, che dovrà fare i suoi accertamenti. Soprattutto per capire chi comanda davvero alla Linea Glamour. «Noi quel signore comparso in foto sul giornale (Liu Jianwei, ndr) non l’abbiamo mai visto» giurano Atif e i suoi tre compagni di lavoro.

Giacomo invece lo conoscono bene e oltre a lavorare per lui alla Tessitura Sofia, racconta ancora Atif, gli hanno fatto da facchini per il trasloco dalla vecchia casa a quella nuova.

«Piccole fabbriche non vuol dire piccoli imprenditori – dice Luca Toscano, coordinatore del Sudd Cobas – Spesso l'imprenditore possiede tre o quattro imprese che formalmente non sono collegate. È il caso di Tessitura Sofia e Linea Glamour. Noi non abbiamo mai affermato che Linea Glamour è stata aperta dopo la chiusura della tessitura, ma che le due aziende sono collegate».

«I lavoratori della Sofia – spiega Arturo Gambassi, un altro sindacalista Sudd Cobas – avevano fatto denuncia all’Ispettorato del lavoro nel dicembre 2023. Quando a Montemurlo calava il lavoro il proprietario li spostava alla Linea Glamour. Alla Tessitura Sofia l’Ispettorato è andato a febbraio e poi a settembre, trovando lavoratori irregolari. All’inizio di ottobre gli operai si sono iscritti al sindacato e hanno iniziato a lavorare 8 ore anziché 12. Il 28 ottobre hanno trovato l’azienda chiusa e svuotata dei macchinari, senza nessuna comunicazione. Per questo ora sono qui in via Aldo Moro».

«Quando abbiamo chiesto un contratto regolare il padrone ci ha detto di andare via – racconta Hussein Atif in inglese – Io qui alla Linea Glamour ci ho lavorato quando lavoravo a Montemurlo. Ci sono nove telecamere, quattro fuori e cinque dentro. Quando vedono passare una macchina della polizia o dei carabinieri sulla strada ci dicono di andare a nasconderci».

Chi tenta di capirci qualcosa in questa girandola di aziende e padroni veri o finti ha l’impressione di assistere a uno spettacolo di ombre cinesi.

«Il tema è come si fa a non far scappare chi scappa – ragiona Luca Toscano – Un problema che si dovrebbero porre anche la guardia di finanza e l’Ispettorato».

Lo stesso Toscano spiega che dopo i fatti di Seano (il pestaggio al picchetto sindacale davanti alla confezione Lin Weilong) il Sudd Cobas inserisce negli accordi con le aziende una clausola contro il “chiudi e riapri”: «Per anni qui a Prato nelle vertenze di questo tipo si è cercato di recuperare parte degli arretrati non pagati. Noi abbiamo rovesciato il modello. Vogliamo ottenere contratti regolari e facciamo una conciliazione che prevede il pagamento di una cifra simbolica sugli arretrati, ma con una clausola di garanzia: se l’azienda dopo aver fatto i contratti chiude entro un anno, deve pagare alcune migliaia di euro». Una soluzione semplice a un problema complesso. 

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