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Prato

Il caso

Bancarotta, Giorgio Diddi condannato a 3 anni insieme alla sorella e alla madre

Bancarotta, Giorgio Diddi condannato a 3 anni insieme alla sorella e alla madre

Prato, l’imprenditore era accusato di aver fatto una frode fiscale da 12 milioni

06 luglio 2024
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PRATO. L’imprenditore Giorgio Diddi, la sorella Cinzia e la madre Anna Fredella sono stati condannati a tre anni di reclusione per la bancarotta di una serie di società facenti capo al Gruppo Diddi. Assolti e prosciolti, a seconda dei capi d’imputazione, gli altri due imputati nel processo, Danilo Zanna difeso da Olivia Nati, e Roberto Riccio, rispettivamente collaboratori di Giorgio Diddi per le società con sede all’estero e per quelle con sede in Italia.

Si è concluso così dopo ben 11 anni un processo nato dagli arresti scattati nel marzo del 2013 nell’ambito di un’inchiesta del sostituto procuratore Eligio Paolini in cui si ipotizzava una frode fiscale da 12 milioni di euro.

Diddi fu arrestato dalla guardia di finanza insieme a Riccio, mentre due commercialisti e un consulente del lavoro furono indagati per aver falsificato documenti poi usati per far ottenere permessi di soggiorno a cinque cinesi.

L’inchiesta era nata da una costola del fascicolo più importante che all’epoca vedeva indagato per bancarotta l’allora sindaco di Prato, Roberto Cenni.

Giorgio Diddi ha gestito il gruppo omonimo di aziende, molte delle quali nel frattempo cessate, che si erano specializzate nel ricondizionamento dei capi d'abbigliamento, vale a dire nel controllo qualità, stiratura, imbustamento, apposizione di cartellini e bar code, oltre che della logistica. Tra i suoi clienti, oltre alla Sasch, c'erano Allegri, Trussardi, la Giupel, solo per citare i più importanti. Sembrava l'inizio di una travolgente ascesa che lo avrebbe portato lontano. Invece il castello di carte è crollato davanti ai magistrati. Per la Procura Diddi ha utilizzato fatture per operazioni inesistenti, prodotte in certi casi da società costituite ad hoc (le cosiddette cartiere) oppure da partite Iva cessate o ignare, per un totale di 12 milioni di euro per non versare Iva, Ires e contributi previdenziali.

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