Il Tirreno

Prato

Scuola: il caso

Un solo bambino italiano in classe con 19 cinesi, il coordinatore dei presidi di Prato: «Se parlano la nostra lingua non ci sono problemi»

di Paolo Nencioni
Mario Battiato coordinatore dei presidi pratesi
Mario Battiato coordinatore dei presidi pratesi

Prato, il caso nella scuola Mascagni di San Paolo: «Se sono di stradario dobbiamo prenderli comunque»

30 novembre 2023
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PRATO. C’è una circolare, quella emanata dall’allora ministro Gelmini nel 2010, che limita al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi. Poi c’è lo stradario, in base al quale se abito in una certa via devo andare in una certa scuola. Ma soprattutto c’è l’articolo 34 della Costituzione, che garantisce il diritto allo studio. In mezzo a questo coacervo di norme spesso incompatibili si devono districare i presidi nella composizione delle classi, dalle elementari alle superiori. E ogni tanto capita che uno o due ragazzi figli di genitori italiani si trovino da soli in mezzo a ragazzi figli di genitori stranieri. Il caso è stato sollevato la scorsa settimana dalla consigliera comunale Patrizia Ovattoni (FdI) in commissione consiliare: «Vi sembra giusto che un italiano non possa parlare nella sua lingua con altri bambini solo perché non c’è nessun italiano?».

Un caso limite, quello segnalato alla scuola elementare Mascagni di San Paolo (un italiano insieme a 19 cinesi), ma non isolato. Giusto o sbagliato, non si può fare altrimenti, come spiega Mario Battiato, dirigente del Comprensivo Gandhi di Galciana e coordinatore dei presidi pratesi. «È un tema nazionale, non solo di Prato – dice Battiato – Però credo che quella circolare sia sbagliata. Parla di stranieri, mentre dovrebbe parlare di italofoni o non italofoni. Un bambino figlio di genitori stranieri ma nato e cresciuto a Prato parla italiano e non ha problemi». Diverso è il discorso per i bambini che non sanno la lingua. Al Gandhi, per esempio, il 22% degli alunni è straniero e metà di loro non parlano bene l’italiano.

«Però se sono di stradario – avverte Battiato – dobbiamo prenderli comunque. E le classi dove ci sono questi bambini non rimangono indietro. Fanno alfabetizzazione durante l’orario. Dal livello B1 in su stanno in classe». Ovviamente non è tutto rose e fiori. Allo stesso preside Battiato è capitato di dover bocciare un alunno cinese in terza elementare. «Non studiava, abbiamo convocato il padre che ci ha detto candidamente che non era interessato a far integrare il figlio. L’abbiamo bocciato e l’anno seguente ha iniziato a studiare l’italiano».

«Il problema sono i Nai (nuovi arrivi in Italia, ndr) – spiega il preside – Il problema è quando arrivano in quarta elementare o in seconda media. Oppure se arrivano a febbraio, quando i mesi di alfabetizzazione sono già terminati». In questo caso serve uno sforzo più grande e non è detto che basti. Ma Mario Battiato è ottimista. «Se guardiamo al passato – dice – la situazione è molto migliorata. Per quanto riguarda i cinesi, c’è il problema di quelli che vengono rimandati in Cina, che sono circa il 20%. Al nido non li mandano, alla materna vanno in pochi. Se stanno coi nonni non cambia molto». «In futuro bisognerà valutare bene la formazione delle classi – ammette Emanuela Lucirino, preside del Mascagni, la scuola dell’italiano in mezzo ai cinesi – Bisogna riflettere su come garantire agli stessi italiani i processi di socializzazione nella lingua italiana. Serve un numero minimo di italiani per classe, altrimenti diventa un’esclusione al contrario. Noi da gennaio partiremo col progetto Play con Save the Children e Pane & Rose: laboratori a classi aperte per favorire la socializzazione». «Se ne parlava già negli anni Cinquanta con l’immigrazione da Puglia e Friuli – osserva Battiato – La scuola si rimboccò le maniche e insegnò ai bambini a parlare italiano, e poi questi bambini hanno fatto la ricchezza della città».
 

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