La tintoria passa di mano e chiude
Una decina di dipendenti della ex Tessuti 90 senza stipendio e liquidazione
PRATO. Prima c’era la Tintoria Tessuti 90 una srl che faceva riferimento a Niccolò Querci e soci, una decina di dipendenti e lavoro sicuro per tutti. Poi è arrivata la crisi e l’azienda è passata di mano ed ha cambiato anche nome diventando la Cocco Group di Hu Feng Zhu, detto Luca. I dipendenti italiani sono rimasti e in aggiunta sono comparsi in fabbrica anche dipendenti cinesi visto che l’azienda aveva ampliato la propria offerta di lavorazione dei tessuti con l’aggiunta di una ramosa. Il lavoro era a singhiozzo e gli stipendi hanno cominciato a ritardare. Ad un certo punto Hu Feng Zhu è sparito e azienda e dipendenti sono rimasti nel limbo fino a quando è arrivata in fabbrica la notizia che a rilevarla era un altro cinese, Qian Wei e che la ditta cambiava ancora nome diventando Tintoria Quadrifoglio, con nell’oggetto le lavorazioni di tintoria, rifinizione, stamperia e finissaggio dei tessili in genere. In più l’azienda dall’industria passava all’artigianato. Quattro mesi di lavoro e solo due pagati. La storia della Tintoria Tessuti 90, Cocco Group e quindi Tintoria Quadrifoglio finisce il 9 novembre del 2012 il giorno prima di quello della consegna delle buste paga, con l’arrivo a casa dei dipendenti della raccomandata in cui si annuncia che l’azienda chiude perché non ha lavoro. Questa è più o meno la cronistoria raccontata da chi ha vissuto sulla propria pelle il calvario della tintoria del Macrolotto che aveva la sede a poche decine di metri da quella dove il 1 dicembre scorso sono morti bruciati sette operai orientali. Un calvario che non è ancora finito visto che ci sono altri strascichi che i dipendenti stanno subendo. «L’ultimo titolare non lo abbiamo mai conosciuto – racconta Daniele Allori, uno dei dipendenti – Non sappiamo neppure chi ci abbia materialmente spedito quella raccomandata con la notizia che la ditta chiudeva. Comunque ci siamo dovuti arrangiare ed abbiamo chiesto l’iscrizione alle liste di mobilità per la disoccupazione. Ma la domanda ci è stata bocciata perché risultava che l’azienda era ancora aperta». Lo stupore è più che legittimo fra i dipendenti. L’ispettorato chiede le buste paga e a fatica riesce ad ottenerle. «Abbiamo dovuto fare intervenire l’Ispettorato del lavoro per sbloccare la situazione – continua Allori – Così abbiamo avuto il quadro della situazione: dobbiamo avere due mensilità, un ex premio ferie del precedente datore di lavoro, degli arretrati di cassa integrazione mai avuti, una mezza tredicesima e tutta la liquidazione. Si parla di cifre fra i seimila ed i ventimila euro, a seconda dell’anzianità dei dipendente». Tutto questo succedeva ad inizio 2013 e ad oggi non ci sarebbero novità. O meglio, nessuno dei dipendenti ha avuto novità dall’avvocato che segue la pratica. «Ci eravamo rivolti alla Cgil ma il loro avvocato ci aveva chiesto una cifra che abbiamo ritenuto troppo elevata e così ci siamo affidati ad un altro legale – racconta ancora Allori – A oggi però sembra che la ditta risulti sempre aperta, nel frattempo il capannone è stato vuotato di tutti i macchinari che probabilmente sono stati venduti senza che il relativo ricavo si sappia nelle tasche di chi sia finito. E si parla di qualche centomila euro non di pochi spiccioli». C’è tanta rabbia fra i dipendenti che firmano la lettera di denuncia: Daniele Allori, Massimo Bellini, Igino Bennardo, Graziano Agozzino, Simona Mancini e Daniele Schiavo che potrebbero andare ad infoltire le file dei Forconi vista la delusione verso le leggi italiane.
