Manovra fatale
Lazienda di Oste compie 40 anni. Tra i fiori allocchiello la collaborazione con Bartali
Le due ruote si chiamano Bimm
Alessandro Pattume
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Sotto una moto Bimm. A dx il titolare Riccardo Becocci con lamministratore Dante Marliani Sotto lo staff: Mario Barni, Giacomo De Lucia e Antonino Ambra Dai ciclomotori degli anni Settanta alle bicicletta di qualità
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MONTEMURLO. Non solo Vespa e Piaggio. Le due ruote italiane del dopoguerra parlavano tante lingue diverse e per quasi trent'anni, dal 1960 al 1985, anche Montemurlo ha saputo scandire con forza la propria. Questa è la storia della Moto Bimm, un marchio nato per le motociclette ma che ha saputo reinventarsi e sopravvivere con un altro tipo di due ruote. Quelle senza motore. Moto Bimm. In un angolo del grande stabilimento in via Bisenzio a Oste riposano ancora un paio di modelli degli anni '70. Sono le Moto Bimm motorizzate Minarelli che grazie ai cerchi da 17 pollici e un telaio slanciato dalle decorazioni gialloverdi vinsero, nel biennio 1971/72, il campionato italiano di corsa in salita. Sono quegli stessi modelli che i collezionisti vanno ancora cercando in tutta la penisola. «Ogni tanto ci telefona ancora qualcuno per chiederci pezzi di ricambio - si scusa quasi Riccardo Becocci, figlio di Josè, fondatore della Moto Bimm - ma ormai anche quei pochi che avevamo sono stati dati via e non possiamo più aiutarli». Una stagione gloriosa quella della Moto Bimm, cominciata quando nel 1960 Josè Becocci, che riparava motociclette inseguendo una passione giovanile, decise che era giunto il momento di fare qualcosa di più. «La prima sede era in via Pistoiese, poi ci spostammo a Montemurlo e da lì cominciammo a produrre seriamente - spiega Becocci - gli anni '70 però furono decisivi. Nel 1976, per esempio, sfornammo ventimila esemplari e questo ci permise di fare quegli investimenti rivelatisi poi fondamentali come l'acquisto di uno dei primi centri meccanografici a schede perforate». Ma già nel 1977 la crisi si fa pressante e un episodio preciso «toglie a mio padre un po' di quella voglia necessaria per continuare a fare l'imprenditore» racconta il figlio. Una mattina del 1977, davanti alla porta di casa dell'imprenditore Becocci vengono infatti trovati tre chili di tritolo. «Cademmo dalle nuvole - aggiunge - un vero e proprio tentativo d'estorsione che portò a un numero impressionante di processi durati molti anni». Anni difficili, che videro il mercato dei motocicli fagogitato velocemente dalle grandi aziende del settore e sotto i cui colpi, una piccola azienda come la Moto Bimm cedette definitivamente nel 1985, dopo 26 anni di carriera, due campionati italiani vinti e un Mercurio d'Oro per meriti imprenditoriali. Bartali. «A salvarci, se così si può dire, furono ancora una volta gli investimenti fatti da mio padre e soprattutto l'impianto di verniciatura a polveri epossidiche nel quale investimmo nel 1983 - ammette Riccardo Becocci - la Targetti cercava qualcuno che assemblasse e verniciasse un loro tipo di fari a incasso: con questa grande azienda collaboriamo ancora». Qualche anno dopo però, ecco l'occasione per tornare in sella. «Verso la fine degli anni '80 in Italia ci fu il boom delle mountain bike e decidemmo di provare perchè con il nostro sistema di verniciatura potevamo essere competitivi - racconta - la Cicli Bimm nacque così nel 1989 ma è con l'incontro con Bartali, che mio padre fece per caso una sera a cena al passo della "Futa", che la nuova azienda ottiene grande visibilità». La Cicli Bimm sfrutta così il marchio "Bartali", «un uomo in gamba e una persona perbene» ricorda Becocci, e per qualche anno, complice anche la forte richiesta dell'Est europeo, l'azienda montemurlese arriva a produrre 40mila biciclette l'anno. Ma anche questo fuoco è destinato a estinguersi, il mercato si fa via via saturo e l'arrivo di prodotti a basso costo assesta il colpo finale. Show Room. Adesso la cicli Bimm produce circa 1500 biciclette l'anno e punta sulla qualità e sulla vendita diretta. Da qualche mese ha infatti aperto il proprio show room: «gli affari vanno abbastanza bene, guardiamo avanti con fiducia» ammette il titolare. Nel frattempo, in via Bisenzio sono rimasti in cinque in un capannone sterminato: «in quarant'anni abbiamo fatto ricorso una sola volta alla cassa integrazione - ammette Becocci - non mi è mai piaciuto mandare a casa la genere, ma anche se lentamente alla fine abbiamo dovuto farlo anche noi. Adesso, sono rimaste le persone di cui posso fidarmi». Si chiamano Dante Marliani, Giacomo De Lucia, Antonino Ambra e Mario Barni. Lavorano insieme a Becocci da quasi quarant'anni e non hanno nessuna intenzione di smettere.
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