Pizzo e rapine, ecco la mafia cinese
Pasquale Petrella
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Il capo Anu, la contabile Ainin Il tatuaggio sul corpo di uno degli arrestati, e i passamontagna e le armi sequestrate in un blitz messo a segno dai militariSgominata dai carabinieri una banda che taglieggiava Chinatown
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PRATO. I prestiti finalizzati all'usura, le bische clandestine utilizzate per spennare i connazionali e come luogo di spaccio degli stupefacenti; le armi e i gregari per sgominare le altre bande concorrenti, occupare il territorio, imporre il pizzo, minacciare e punire chi non voleva sottostare alle loro richieste. E' questa la mafia cinese che opera a Prato. A svelarne i retroscena sono stati i carabinieri che sotto la direzione del sostituto procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, Tommaso Coletta, nell'ultimo anno e mezzo di indagini, hanno arrestato sedici cinesi ed altri tre sono tuttora ricercati. Quasi tutti residenti nel pratese, tutti originari dello Zhejian e del Fujian, con un'età compresa fra i venti ed i trentacinque anni.
Fra loro anche tre donne con ruoli importanti nell'organizzazione malavitosa come Anian che insieme al capo Anu si occupava di tenere i conti di quanto entrava nelle casse dell'organizzazione e le scadenze per coloro che dovevano restituire i prestiti ricevuti. Prestiti che fruttavano l'1% al giorno e che quindi se venivano restituiti dopo un anno erano gravati del 365% ma, secondo i carabinieri, non si raggiungevano mai traguardi così lunghi. I prestiti dovevano essere restituiti in tempi più brevi e se non venivano onorati, nella migliore delle ipotesi c'era il ricalcolo del debito che a quel punto poteva raggiungere interessi ancora più stratosferici. In alternativa c'erano i sequestri lampo per costringere i familiari a trovare la cifra dovuta o le inaudite violenze a colpi di machete per convincere i più riottosi. Secondo gli investigatori, la banda avrebbe cominciato ad operare nel pratese due anni fa. Il primo obiettivo di Anu e dei suoi affiliati, sarebbe stato quello della conquista del territorio. Di qui una vera e propria guerra contro le altre bande presenti a Chinatown. Anu voleva che alcuni tipi di gioco d'azzardo, quelli più lucrosi, si svolgessero solo nella sua bisca così da avere un monopolio molto importante in quel settore che piace molto ai cinesi.
Se altre bische lo praticavano allora partivano le spedizioni punitive. Ed è proprio in questa lotta di potere che c'è stata l'escalation degli atti di violenza. Il primo a subirlo sono stati proprio Anu ed il suo luogotenente il 4 aprile scorso. Un attacco che Anu decide di far pagare con la vita. Ed è in quest'ottica che va inquadrato il duplice omicidio avvenuto in via Strozzi in pieno giorno, il 17 giugno scorso. Una mattanza che - secondo gli inquirenti - sarebbe stata pianificata per dare un colpo definitivo alla banda rivale e mettere il sigillo finale sul loro potere nella comunità cinese. Il pizzo veniva chiesto un po' a tutti coloro che avevano un'attività e che finivano nel raggio di azione della banda che verteva su un nocciolo consistente di una ventina di uomini, tutti regolarmente stipendiati tramite i proventi illeciti, ma che aveva almeno altri dieci gregari di fiducia e un'altra ventina che sono stati utilizzati dalla banda per singole operazioni. Le categorie più prese di mira erano soprattutto quei cinesi che svolgevano attività abusive e che malvolentieri avrebbero sporto denuncia. Così i tassisti e gli autotrasportatori di merce abusivi, le parrucchiere che svolgono il loro lavoro negli appartamenti, gli ambulatori medici abusivi e i confezionisti.
Tutti dovevano pagare dai duecento ai cinquecento euro al mese. Ma, secondo i carabinieri, ormai la banda aveva un tale dominio del territorio che faceva pagare il pizzo anche a quei cinesi che hanno un'attività legale e alla luce del sole. La banda aveva una struttura verticistica con il capo, Anu, i luogotenenti Agen e Xige, la contabile Anian e il gruppo armato che eseguiva gli ordini. Fra loro un vero e proprio giuramento di fedeltà e i tatuaggi sul corpo che ne indicano l'appartenenza e l'ubbidienza al capoclan. Per l'assessore alla sicurezza Aldo Milone, «questa è la prova certificata della presenza della mafia ciense in città, così come sostengo da tempo». E ai carabinieri è giunta una lettera di congratulazioni da parte del sindaco Cenni a nome di tutta l'amministrazione.
Fra loro anche tre donne con ruoli importanti nell'organizzazione malavitosa come Anian che insieme al capo Anu si occupava di tenere i conti di quanto entrava nelle casse dell'organizzazione e le scadenze per coloro che dovevano restituire i prestiti ricevuti. Prestiti che fruttavano l'1% al giorno e che quindi se venivano restituiti dopo un anno erano gravati del 365% ma, secondo i carabinieri, non si raggiungevano mai traguardi così lunghi. I prestiti dovevano essere restituiti in tempi più brevi e se non venivano onorati, nella migliore delle ipotesi c'era il ricalcolo del debito che a quel punto poteva raggiungere interessi ancora più stratosferici. In alternativa c'erano i sequestri lampo per costringere i familiari a trovare la cifra dovuta o le inaudite violenze a colpi di machete per convincere i più riottosi. Secondo gli investigatori, la banda avrebbe cominciato ad operare nel pratese due anni fa. Il primo obiettivo di Anu e dei suoi affiliati, sarebbe stato quello della conquista del territorio. Di qui una vera e propria guerra contro le altre bande presenti a Chinatown. Anu voleva che alcuni tipi di gioco d'azzardo, quelli più lucrosi, si svolgessero solo nella sua bisca così da avere un monopolio molto importante in quel settore che piace molto ai cinesi.
Se altre bische lo praticavano allora partivano le spedizioni punitive. Ed è proprio in questa lotta di potere che c'è stata l'escalation degli atti di violenza. Il primo a subirlo sono stati proprio Anu ed il suo luogotenente il 4 aprile scorso. Un attacco che Anu decide di far pagare con la vita. Ed è in quest'ottica che va inquadrato il duplice omicidio avvenuto in via Strozzi in pieno giorno, il 17 giugno scorso. Una mattanza che - secondo gli inquirenti - sarebbe stata pianificata per dare un colpo definitivo alla banda rivale e mettere il sigillo finale sul loro potere nella comunità cinese. Il pizzo veniva chiesto un po' a tutti coloro che avevano un'attività e che finivano nel raggio di azione della banda che verteva su un nocciolo consistente di una ventina di uomini, tutti regolarmente stipendiati tramite i proventi illeciti, ma che aveva almeno altri dieci gregari di fiducia e un'altra ventina che sono stati utilizzati dalla banda per singole operazioni. Le categorie più prese di mira erano soprattutto quei cinesi che svolgevano attività abusive e che malvolentieri avrebbero sporto denuncia. Così i tassisti e gli autotrasportatori di merce abusivi, le parrucchiere che svolgono il loro lavoro negli appartamenti, gli ambulatori medici abusivi e i confezionisti.
Tutti dovevano pagare dai duecento ai cinquecento euro al mese. Ma, secondo i carabinieri, ormai la banda aveva un tale dominio del territorio che faceva pagare il pizzo anche a quei cinesi che hanno un'attività legale e alla luce del sole. La banda aveva una struttura verticistica con il capo, Anu, i luogotenenti Agen e Xige, la contabile Anian e il gruppo armato che eseguiva gli ordini. Fra loro un vero e proprio giuramento di fedeltà e i tatuaggi sul corpo che ne indicano l'appartenenza e l'ubbidienza al capoclan. Per l'assessore alla sicurezza Aldo Milone, «questa è la prova certificata della presenza della mafia ciense in città, così come sostengo da tempo». E ai carabinieri è giunta una lettera di congratulazioni da parte del sindaco Cenni a nome di tutta l'amministrazione.
