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Pontedera

Il caso

Pontedera, ricordate il fallimento della Cdc? Dopo 11 anni i dipendenti aspettano ancora i soldi – La “questione” che blocca tutto

di Nilo Di Modica

	La Cdc in due foto d'archivio
La Cdc in due foto d'archivio

Gli ex lavoratori della storica azienda di Fornacette tornano a chiedere chiarezza sulla procedura fallimentare, denunciando ritardi, fondi bloccati e una liquidazione che rischia di ridursi drasticamente dopo oltre un decennio di attesa

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PONTEDERA. Si frapporrebbe ancora una «questione giuridica» non meglio definita fra circa cento ex dipendenti della Ccd (poi Cidici Srl) di Fornacette e ciò che resta dei soldi accumulati alla fine della procedura fallimentare. L’ex colosso del settore tecnologico nato a Pontedera, fallito nel 2016, deve ancora chiudere i conti con il passato e con quanto ancora ci sia da versare a coloro che rappresentarono la sua spina dorsale, i lavoratori, che attraverso i vari gradi della procedura di liquidazione dei debitori stanno aspettando da oltre un decennio parte dell’erogazione delle somme congelate, fra cui trattamenti fine rapporto, ferie e permessi maturati prima della chiusura definitiva.

La denuncia degli ex dipendenti

«I soldi ci sono, ma la cassa non viene sbloccata, si sta svuotando e rischiamo di essere liquidati solo con un ipotetico 10% di quanto ci spetta – denunciano alcuni degli ex dipendenti, seguiti dalla Cgil –. Sul conto corrente del fallimento nell’ultima relazione inviata dal curatore Stefano Garzella c’è una liquidità reale e consolidata pari a ben 1.564.556,12 euro. Le banche che avevano le ipoteche sugli immobili sono già state interamente liquidate e soddisfatte nel 2023 con quasi 2 milioni di euro, ma ancora la questione ipotecaria viene utilizzata come argomento di riparto e questo milione e mezzo di euro resta congelato in banca invece di essere distribuito a chi ha lavorato, con l’inaccettabile rischio, come ventilato dalla stessa curatela, che ai lavoratori venga riconosciuto solo il 10% di quanto ancora a loro spettante».

Una beffa lunga undici anni

Una beffa lunga 11 anni. «Un tempo infinito – scrivono gli ex dipendenti – persino superiore a quello che è servito per gestire i grandi crack industriali della storia d’Italia».

Le richieste di chiarimento alla curatela

Aggiornati semestralmente dai report dovuti sullo stato dell’arte della procedura, i lavoratori nei giorni scorsi hanno sollecitato formalmente la curatela a fornire risposte e cifre precise. Domande a cui il curatore fallimentare ha risposto affermando che la procedura sta elaborando i conti per il riparto finale, ma che i tempi sono subordinati alla definizione di una non meglio specificata “questione giuridica” e, soprattutto, alla liquidazione del compenso finale per gli organi della procedura.

Il rischio di erosione dei fondi

«Troviamo inaccettabile che dopo 11 anni si parli ancora di una generica “questione giuridica” senza che ci venga inviata una relazione trasparente che spieghi quale sia questo ostacolo – aggiungono i lavorato –. Il rischio reale, che denunciamo con forza, è che più tempo passa, più questa cassa da un milione e mezzo di euro venga erosa dalle spese vive di gestione della procedura, dalle imposte e dalle parcelle dei professionisti, lasciando le briciole a chi aspetta il proprio denaro da più di un decennio».

La richiesta di intervento del Tribunale

Da qui la richiesta dei lavoratori di un intervento ispettivo o una presa di posizione decisa del giudice delegato del Tribunale di Pisa. «I calcoli sui debiti sono cristallizzati da anni – dicono –. Chiediamo che il piano di riparto venga depositato immediatamente e che ai lavoratori vengano riconosciuti per intero gli importi ancora a loro dovuti. Non accetteremo ulteriori rinvii basati sul segreto d’ufficio o riduzioni di quanto ci spetta di diritto».

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