Gian Carlo Ferretti e quel legame con la Pontedera della sua gioventù
Il grande critico letterario, professore universitario e giornalista dell’Unità non dimenticò mai la città della Vespa e gli ambienti dove si era formato
PONTEDERA. In occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, presi il coraggio di telefonare a Gian Carlo Ferretti, pontederese, che era il massimo esperto dello scrittore. Oltretutto c’era confidenza fra loro due, e ogni volta che uscivano sul Corriere della Sera i famosi “Scritti Corsari”, Pasolini telefonava a Ferretti per sentire il suo giudizio. La mia intenzione era di chiedergli di tenere una lezione pubblica a Pontedera sul grande intellettuale friulano. Avevo una bella carta da giocare, il ricordo dell’amico comune: Renzo Remorini.
Remorini non aveva mai perso i contatti con lui, si stimavano e si volevano bene. D’altronde, quando a Ferretti fu offerto l’incarico di dirigere la pagina culturale del quotidiano comunista L’Unità, è a Remorini che chiese consiglio. Nel clima culturale degli anni ’60, dove fra gli scrittori italiani era forte il mito operaista, Remorini, operaio della Piaggio e militante politico, che si interessava tuttavia di questioni letterarie, rappresentava l’incarnazione di un ideale.
Così Ferretti, per amore di Pontedera dove aveva vissuto la sua gioventù, e per affetto dell’amico, fu disponibile ad accogliere la mia domanda. Egli, classe 1930, era ancora una mente lucidissima, proprio quell’anno (il 2022) era uscito il suo ultimo saggio su Pasolini dal titolo “Pasolini personaggio” (Interlinea). Ma per gli acciacchi dell’età, con i suoi novant’anni, avrebbe preferito parlare in videoconferenza dalla sua casa di Milano.
Con un funzionario del Comune, decidemmo di fare questo evento culturale subito dopo l’estate, a ottobre. Erano gli anni del Covid, e tutto precedeva più lentamente. Intanto anche dalla Normale di Pisa mi chiesero di invitarlo a parlare di Pasolini, lui che era stato uno degli allievi prediletti di Luigi Russo, il mitico direttore di quella Scuola d’eccellenza. Naturalmente anche a quell’invito egli rispose di sì. Troppo forti i ricordi.
Intanto avevamo cominciato a scriverci. Io l’avevo conosciuto di persona una volta, tramite Remorini, nella sede del Pci a Palazzo Aurora. Inoltre, da ragazzo, ero stato un fedele lettore delle sue note critiche sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Ma subito capii di cosa lui aveva voglia di parlare. Voleva riassaporare gli anni trascorsi a Pontedera ed essere aggiornato sulle novità.
Cominciai coi ricordi del suo babbo che era stato il mio maestro alle elementari. Lo sorpresi con piccole notizie che non conosceva. Per esempio che in quinta, ogni settimana, il padre leggeva in classe “I Promessi Sposi”. Oppure che mi aveva soprannominato “il poetino”, anticipando la mia vocazione di scrittore. Gli parlavo del suo carisma, della sua dirittura morale. Del fatto che tutti noi alunni lo amavamo. Che alla fine dell’anno regalava ai suoi allievi un libro di lettura. Dell’ammirazione che provavo per lui, espressa con parole misurate e senza vanterie.
Fra loro due ci furono certamente delle discussioni circa le scelte politiche radicali di un figlio cresciuto in un ambiente non politicizzato e molto cattolico. Ma in seguito c’era stata una pacificazione, si era aperto un dialogo che nemmeno la morte del genitore nel 1967 aveva interrotto. Lui cercava di non farsene accorgere, ma capivo che provava un piacere infinito a leggere queste mie note familiari. Un altro argomento erano le notizie sulla vita sociale e sulla classe operaia della Piaggio. Non importavano le circostanze, a lui bastavano certi nomi per rievocare un universo di emozioni. Il Museo Piaggio, la Scuola Sant’Anna, la biblioteca comunale, la Libreria Carrara, Corso Matteotti, il Piazzone, la cartoleria Ferretti di suo zio, ubicata proprio sotto casa sua. E poi la scuola Curtatone dove aveva studiato fino alla maturità classica. Naturalmente lungi da me dirgli che quell’istituto è oggi chiuso, gli avrei procurato solo un dolore.
Mi riusciva anche divertirlo con certe osservazioni ironiche sui cambiamenti della città. Come quando gli riferii che il Villaggio Piaggio aveva perso la sua ragione sociale ed era diventato solo un generico Villaggio ed era ormai abitato soltanto dai senegalesi. Tuttavia gli facevo notare che, se non ci fossero stati gli immigrati, quelle casupole spartane, non potendo più rispondere alle esigenze dell’Italia del consumismo, sarebbero state abbandonate e cadute in rovina. La stessa fine di Macondo nel romanzo “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez.
In questo clima conviviale, osavo farmi raccontare delle sue esperienze letterarie, di Luigi Russo, del Premio Pozzale di Empoli, di Romano Bilenchi, di Italo Calvino, di Carlo Emilio Gadda. Mi parlò pure di quando aveva deciso di fare il concorso per diventare docente universitario, e fu rallegrato a trovarsi davanti, in commissione d’esame, Romano Luperini, anche lui pontederese. Un giorno mi inviò il pdf di un libro autobiografico che era stato stampato anni prima e in cui si parla anche dei suoi anni giovanili a Pontedera. In questo modo si allargava il terreno di conoscenza reciproca e di dialogo possibile fra noi.
Io, in cambio, gli mandai il libro sulla Piaggio che avevo scritto con un operaio della grande fabbrica, Lando Testi, dal titolo “Il cielo sopra Varramista”. Lui lo lesse, dandone un giudizio lusinghiero. Forse fu la sua ultima recensione. Nonostante egli fosse un ricercatore attentissimo intorno alla natura ontologica dei prodotti editoriali, riuscii a sorprenderlo, citandogli un saggio che non conosceva: “Nella vigna del testo” del mio amico Ivan Illich. Alla fine dell’estate Ferretti ebbe il Covid. Era riuscito a guarire, ma non si era ripreso completamente. Io avvertivo che era entrato in un altro tipo di consapevolezza, di chi sa che è vicino alla fine. Quella dimensione così stupendamente narrata da Tolstoj mentre descrive gli ultimi giorni del principe Andrei nel capolavoro “Guerra e Pace” o nel racconto “La morte di Ivan Il'ič”.
Allora capii che non era più importante il significato di ciò che gli dicevo, ma contavano solo le parole dolci e affettuose. Mi sentii improvvisamente una responsabilità, quella di tener compagnia e dar conforto al figlio del mio amato maestro Guido Ferretti. Mi sembrava, scrivendogli, di comporre quei “temini” sentimentali delle elementari per cui mi ero meritato il titolo di poeta. E mi sembrava che qualcuno mi avrebbe dato il voto. Dovevo perciò impegnarmi molto ad essere leggero, ma non banale. Giancarlo Ferretti era contento di questi brevi scritti e mi mandò a dire: «Non so come ringraziarti della premura e dell’affetto». Fu l’ultimo suo messaggio, poi non mi rispose più. Il 9 dicembre, mentre da Casciana Terme tornavo in macchina a Pontedera, sentii alla radio che il grande studioso della letteratura italiana era morto.
*Scrittore
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