Da 70 anni Peccioli ha Giuseppe Sabatini nel cuore e lo ricorda con i big del ciclismo
Si pensò subito a organizzare una corsa in suo onore. Negli anni la competizione ha poi assunto un grande prestigio
PECCIOLI. Giuseppe Sabatini nacque a Peccioli il 22 marzo 1915. Fu il primogenito di nove figli in una famiglia di mezzadri e gli fu cucito addosso il nome di Libertario. In paese chi lo chiamava con il nome di battesimo, chi con l’appellativo che si rifaceva al momento storico. Un nome da dare a chi, considera e proclama la libertà totale di pensiero e di azione. Per l’autorevole Treccani spesso è sinonimo di anarchico.
Giuseppe Sabatini non fu anarchico neppure in sella a una bici quando decise di correre tra i campioni e con i campioni. Nel 1936 diventò professionista con la squadra di Luigi Ganna, ma pochi mesi più tardi viene chiamato a prestare servizio militare come bersagliere a Pola in Istria. È congedato nel marzo 1937 e dopo una breve esperienza come operaio alla vetreria Saint Gobain di Pisa, tornò al ciclismo professionistico ancora con la Ganna, partecipando alla sua prima Milano-Sanremo e al Giro della Toscana. In sella era quello il suo mondo, non in fabbrica.
In bici esprimeva tutto se stesso come al Giro d'Italia del 1939, dove fu gregario del pontederese Cesare Del Cancia; all'ultima tappa, Sondrio-Milano, Sabatini andò in fuga con i migliori e arrivò settimo sul traguardo, concludendo la classifica generale in diciottesima posizione. Il fratello Piero, deceduto il 12 dicembre 2010, a oltre mezzo secolo dalla scomparsa di Giuseppe (il destino aveva scritto lo stesso giorno però), ricordava: «Eravamo nove fratelli e io ero il settimo. Tra me e lui c'erano 15 anni di differenza. Io ero in collegio; sapevo che era all'ospedale, ma non andai neanche a trovarlo: era forte, energico, mai avrei pensato che succedesse quella disgrazia».
Fu tra Learco Guerra, Costante Girardengo e Alfredo Binda. Bastano? E prima di Fausto Coppi, Gino Bartoli e via via tutti gli altri a cominciare da Fiorenzo Magni. E per finire ai funamboli della maglia nera al Giro,i leggendari Luigi Malabrocca e Sante Carollo, che sempre ben attenti in ogni tappa a non concludere fuori tempo massimo, pena l'esclusione dalla corsa, dopo una lunga serie di nascondigli, forature e perdite di tempo varie arrivavano al traguardo. Si narra che al Giro del ’49 Malabrocca nella tappa di Bolzano si nascose in un silo, mentre a Genova in un fosso.
Proseguiva Piero Sabatini: «A Peccioli in quegli anni aspettavano la domenica per andare a veder correre Giuseppe. Partivano di qui in bicicletta, naturalmente con lui in testa. Era un grande. Ricordo un infinito numero di passaggi in solitudine dai Gpm di Volterra: scattava, li lasciava lì e faceva mangiare la ghiaia a tutti i suoi rivali». Una forza della natura, spesso vittima della sua potenza: «Giuseppe era fortissimo: quante volte ha spaccato i pedali, il manubrio o la catena per troppa irruenza: proprio per questo lo chiamavano il “trattore”».
Da ricordare che a quei tempi non esisteva il cambio alla bicicletta e, se c’era, bisognava scendere dalla sella, mettere un altro rapporto, e risalire. Quel buon 18° posto al Giro gli contò davvero poco al nostro Sabatini: per un diverbio col vertice della squadra è “licenziato”: torna a Peccioli, si allena in maniera saltuaria ma giunge ugualmente la convocazione al Giro d'Italia del 1940 in virtù del piazzamento dell'anno precedente. Difende i colori dell’Uc Modenese: alla corsa rosa si ritira all'undicesima tappa. Ma è la guerra a farla da padrone e parte per il fronte in Libia, dove è ferito a una gamba e quindi rispedito a casa. Nel frattempo la moglie Costanza gli dà la prima figlia, Giovanna, poi arriveranno anche i due maschi, Ivan e Giancarlo.
Dopo la guerra Sabatini si stabilisce a Livorno, milita nel Pci, e a 32 anni partecipa a un'ultima corsa dilettantistica, la Coppa Perozzi del 1947, che vince. Come sono lontani i tempi della sua prima squadra giovanile, all'età di 17 anni, l'Unione sportiva Raffaele Di Paco, nome con cui Forcoli vuol celebrare il campione di Fauglia (dove Raffaele nacque nel 1906) che sapeva inventare le volate e amava i piaceri della vita. E come si avvicina, invece, il momento della prematura scomparsa: è il 12 dicembre 1951 quando muore a Livorno per una malattia di cui in pochi riescono a diagnosticare la reale gravità e se lo porta via a soli 36 anni.
Con una bici Ganna, nel 1947, Giuseppe Sabatini conquista l'ultimo successo della sua carriera, nella gara Siena-Pontedera-Volterra-Siena. L'anno seguente si ritira da un ciclismo epico che vive e cresce sul duello tutto sportivo tra Coppi e Bartali sulle strade italiane, francesi e fiamminghe, la culla della bici.
E anche Peccioli diventa ben presto la culla della bici, volendo ricordare un suo compaesano troppo presto scomparso. Si mettono al lavoro e già l’anno successivo alla sua morte nasce una corsa a lui dedicata. Nel 1952 si svolge la prima edizione della Coppa Sabatini: vince Primo Volpi, ciclista professionista tra il 1938 e il 1957, che si ripete anche l’anno dopo. Era chiamato il “camoscio della Valdorcia” dove nacque nell’aprile 1916 (muore nel novembre 2006 a Empoli). Ciclismo di altri tempi, anche questo. Sentite un po’: Primo Volpi emerse nel 1939, 3° al Giro del Casentino. A quella competizione anche la stella nascente Fausto Coppi, che infatti la vince. L’appuntamento successivo era il Giro di Lombardia. La sera prima della gara Fausto Coppi e Primo Volpi si trovano a mangiare al medesimo ristorante della Legnano, con Bartali e il direttore sportivo Eberardo Pavesi al quale lo stesso “Airone” aveva confidato: «Quei due in Toscana mi hanno staccato, poi li ho battuti, ma vanno bene e vanno tenuti d’occhio». Pavesi a fine cena dice loro: «Domani voglio vedere come vi comportate, se attaccate e riuscite a staccare Bartali vi faccio il contratto nella Legnano!». Volpi è primo per distacco sul Ghisallo, staccando tutti. Anche Coppi dimostra il suo talento. E così sia Coppi che Volpi sono ingaggiati come gregari di Bartali.
Ecco, dunque, la prima gara in ricordo di Sabatini se l’aggiudica Volpi, poi l’appuntamento pecciolese assume tutti i crismi della corsa di primo piano nel panorama nazionale e internazionale. In questi 68 anni di vita è stata un crescendo, grazie anche all’impegno dei pecciolesi, di tutti i pecciolesi. Che ricordano con emozione quando i campioni del pedale arrivavano il giorno prima e venivano ospitati nelle case e nelle famiglie. Nasceva un’amicizia, coltivata poi negli anni successivi. Spesso si comprendevano poco, perché allora i corridori masticavano soltanto il dialetto della loro regione, e non come ora che parlano anche tre lingue.
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