Spiraglio irlandese per la rinascita del borgo fantasma morto due volte
Abbandonato negli anni ‘70, poi il flop del progetto turistico Il proprietario tratta la cessione e dona l’archivio al Comune
montecatini valdicecina. Si accede da una sconnessa strada contornata di cipressi e cactus a Buriano, attraverso spine a vista che aleggiano sul muro a secco di accesso alla “piazza” della chiesa, ormai tornata a verdeggiare. Eppure sulle ben più aguzze spine che offuscano da anni il futuro del paesino, frazione completamente disabitata di Montecatini, da qualche tempo le voci parlando di un’ultima, flebile speranza.
La famiglia irlandese che da qualche anno abita l’imponente villa Incontri sarebbe infatti giunta alla fase conclusiva di una lunga trattativa con l’attuale proprietario del borgo, lo svizzero Urs Benz, che qui fra le rovine provò anni fa ad immaginare un’impresa turistica mai davvero iniziata. Una caccia a possibili e grandi finanziatori che potrebbe dar vita come in altri piccoli paeselli in Valdicecina a nuova vita per l’antica fattoria, i cui fasti sono tutti in quell’archivio che “lo svizzero”, come lo chiamano qui, ha gentilmente donato al Comune proprio alcuni mesi fa, con la benedizione della Soprintendenza ed in favore del progetto comunale di dotarsi di una biblioteca e di un archivio storico nel capoluogo. «Da tempo puntiamo ad una valorizzazione della memoria del comune. Percorso iniziato con l’apertura del museo delle miniere e proseguito adesso con il recupero da varie fattorie di tanti documenti storici che faranno parte dell’archivio – racconta il consigliere delegato alla cultura Fabrizio Rosticci, autentica autorità in fatto di storia locale –. Le voci circa una nuova speranza per questa frazione hanno tutta la nostra attenzione. Il paese lo merita».
Ed è facendo due passi per il borgo fantasma di Buriano, come un po’ per tutto il territorio di Montecatini, che si ha davvero l’impressione di visitare un luogo in cui si è prodotta più Storia di quanta se ne potesse consumare in loco. Qui, fra le colline dove vide la luce uno dei primi nuclei del colosso industriale Montedison, fra quelle miniere che dettero a Pisa la sua seconda Società Operaia e alla Toscana la prima giunta socialista ed il primo sindacato dei minatori, giacciono anche i resti di questo piccolo paese, che risale probabilmente all’anno Mille.
Camminando per la sua strada, ancora si possono apprezzare i lineamenti dell’antico feudo dei Sarcini di Pisa, passato poi ai vescovi di Volterra e Massa Marittima, quindi ai Belforti e dal 1361 ai marchesi volterrani della famiglia Incontri; fino al podere, a partire dal 1883, della nobile casata francese dei Rochefort, che a seguito della decolonizzazione e col complicarsi delle peripezie familiari in Algeria decise di cedere tutto negli anni ‘60. I circa 120 abitanti di inizio ‘800 divennero gli oltre 450 degli anni ‘30 del secolo scorso, per poi virare a 43 nel ‘61 e agli ultimi 12 della fine degli anni ‘70. Un andamento che va di pari passo al tentativo, purtroppo fallito, di far rinascere il paese in chiave turistica proprio negli anni ‘90 ad opera degli attuali proprietari che oggi lo cedono, da cui la fama di paese che “è morto due volte”. Vi sono ancora la chiesa di San Niccolò, dai bei tratti romanici ed eclettici ma depredata, il cimitero, la cosiddetta “casetta degli animali”, ex stalla dai fregi e dalle lapidi assai pittoresche e naturalmente l’imponente villa Incontri, che con la sua torretta e le oltre 70 stanze rappresenta ad oggi l’unico luogo abitabile. In cima al paese, poi, la vecchia scuola e la fattoria, che negli anni ‘70 aveva ospitato anche l’ultimo spaccio alimentare ed una locanda con ristorante. E chissà se da queste finestre in un futuro non troppo lontano si affacceranno i turisti. —
Nilo Di Modica
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