Il giuramente di Ippocrate
Metti sempre il camice con il cuore e vai al lavoro
PONTEDERA. Gli ospedali, gli ambulatori sono frequentati da persone e non da numeri. Trovare una mano tesa, un sorriso o una parola gentile diventa indispensabile e fa parte del “Giuramento di...
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PONTEDERA. Gli ospedali, gli ambulatori sono frequentati da persone e non da numeri. Trovare una mano tesa, un sorriso o una parola gentile diventa indispensabile e fa parte del “Giuramento di Ippocrate” , che dovrebbe essere il vero credo di ogni medico.
Fortemente convinto che sia necessario preservare l’umanità nella professione del medico come degli infermieri e del personale Oss, il dottor Giuseppe Crocetti, medico d’urgenza del pronto soccorso dell’ospedale Lotti di Pontedera e di quello di Volterra, ha scritto un libro che aiuta a restituire al medico quell’umanità che rischia di andare perduta, nell’era in cui tutto si misura in tempo e denaro. Centotrenta pagine da leggere in poche ore, lasciandosi trascinare da ricordi che ognuno sicuramente ha: a tutti è capitato almeno una volta di entrare in un pronto soccorso se non per un problema personale, magari per un familiare o un amico. Crocetti, guida virtualmente colleghi, pazienti ma anche studenti di medicina e, perché no, chi sta ai piani alti della sanità, a toccare con mano le difficoltà di chi lavora in un pronto soccorso. Nel suo “Metti sempre un camice con il cuore” Crocetti parte dalla sua esperienza di tanti anni di lavoro in un pronto soccorso, ma anche di medico del gruppo di chirurgia d’urgenza dell’Università di Pisa con cui ha partecipato alle missioni in Cina e ad Haiti, colpite dal terremoto. Ma anche dall’esperienza di medico dell’Unitalsi della sezione di Pisa per l’assistenza ai pellegrinaggi a Lourdes. Il rapporto umano tra sanitari e pazienti, tra medici, infermieri e operatori sanitari, è quindi il filo conduttore di ogni pagina del libro, edito da Pacini editore e che il 9 dicembre sarà presentato a Pontedera, all’ospedale Lotti.
Tante storie, tutte vissute in prima persona dall’amore, raccolte e presentare con lo scopo di recuperare quell’humanitas che dovrebbe essere il faro di ogni professione che ha a che fare con l’assistenza ai malati, agli anziani e agli infermi. Ma poi sono consigli utili a chi segue anziani e ammalati anche a casa. «Sentirsi dire: “grazie dottore, sto meglio, grazie per le cure e le sue attenzioni”, vale più di tutto, è la ragione per cui faccio questo lavoro», dice Crocetti, che dedica la pubblicazione ai colleghi e a chi ha collaborato con lui.
Il capitolo finale “Metti il cuore anche ai colleghi” contiene alcune riflessioni dopo avere incontrato storie di morte dopo incidenti, sofferenza, malati terminali, bambini picchiati, genitori distratti, barboni, ubriachi e malati psichiatrici. «Questi ultimi sono pazienti difficili da gestire – dice – ma proprio per questo hanno bisogno di maggiore umanità». Una varia umanità descritta sempre con il sorriso (anche quella brutta di chi cerca di lucrare sul lavoro dei medici).
Per chi conosce Crocetti sarà naturale leggere il volumetto. Magari si cercherà dentro a quelle storie. Le dediche poi sono per tanti collaboratori dell’ospedale e anche per qualcuno che se n’è andato troppo presto, ma «che hanno lasciato una grande impronta di dedizione verso i pazienti», spiega il dottore.
Pagine che danno speranza alla buona sanità, fatta di professionisti, medici, infermieri e Oss che anche con turnazioni e carichi di lavoro forzati fanno funzionare gli ospedali. (s. c.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Fortemente convinto che sia necessario preservare l’umanità nella professione del medico come degli infermieri e del personale Oss, il dottor Giuseppe Crocetti, medico d’urgenza del pronto soccorso dell’ospedale Lotti di Pontedera e di quello di Volterra, ha scritto un libro che aiuta a restituire al medico quell’umanità che rischia di andare perduta, nell’era in cui tutto si misura in tempo e denaro. Centotrenta pagine da leggere in poche ore, lasciandosi trascinare da ricordi che ognuno sicuramente ha: a tutti è capitato almeno una volta di entrare in un pronto soccorso se non per un problema personale, magari per un familiare o un amico. Crocetti, guida virtualmente colleghi, pazienti ma anche studenti di medicina e, perché no, chi sta ai piani alti della sanità, a toccare con mano le difficoltà di chi lavora in un pronto soccorso. Nel suo “Metti sempre un camice con il cuore” Crocetti parte dalla sua esperienza di tanti anni di lavoro in un pronto soccorso, ma anche di medico del gruppo di chirurgia d’urgenza dell’Università di Pisa con cui ha partecipato alle missioni in Cina e ad Haiti, colpite dal terremoto. Ma anche dall’esperienza di medico dell’Unitalsi della sezione di Pisa per l’assistenza ai pellegrinaggi a Lourdes. Il rapporto umano tra sanitari e pazienti, tra medici, infermieri e operatori sanitari, è quindi il filo conduttore di ogni pagina del libro, edito da Pacini editore e che il 9 dicembre sarà presentato a Pontedera, all’ospedale Lotti.
Tante storie, tutte vissute in prima persona dall’amore, raccolte e presentare con lo scopo di recuperare quell’humanitas che dovrebbe essere il faro di ogni professione che ha a che fare con l’assistenza ai malati, agli anziani e agli infermi. Ma poi sono consigli utili a chi segue anziani e ammalati anche a casa. «Sentirsi dire: “grazie dottore, sto meglio, grazie per le cure e le sue attenzioni”, vale più di tutto, è la ragione per cui faccio questo lavoro», dice Crocetti, che dedica la pubblicazione ai colleghi e a chi ha collaborato con lui.
Il capitolo finale “Metti il cuore anche ai colleghi” contiene alcune riflessioni dopo avere incontrato storie di morte dopo incidenti, sofferenza, malati terminali, bambini picchiati, genitori distratti, barboni, ubriachi e malati psichiatrici. «Questi ultimi sono pazienti difficili da gestire – dice – ma proprio per questo hanno bisogno di maggiore umanità». Una varia umanità descritta sempre con il sorriso (anche quella brutta di chi cerca di lucrare sul lavoro dei medici).
Per chi conosce Crocetti sarà naturale leggere il volumetto. Magari si cercherà dentro a quelle storie. Le dediche poi sono per tanti collaboratori dell’ospedale e anche per qualcuno che se n’è andato troppo presto, ma «che hanno lasciato una grande impronta di dedizione verso i pazienti», spiega il dottore.
Pagine che danno speranza alla buona sanità, fatta di professionisti, medici, infermieri e Oss che anche con turnazioni e carichi di lavoro forzati fanno funzionare gli ospedali. (s. c.)
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