Pistoia, tra Botteghe oscure e Santomato: l’intensa vita di Stefano Bindini
Operaio, militante, sindacalista, presidente di circoscrizione e tanto altro. Una storia lunga 73 anni dedicata alla comunità anche attraverso il circolo
Stefano Bindini e Santomato, un uomo e il suo paese. Lo puoi trovare a promuovere la Fattoria di Celle e la Collezione Gori, a conversare con don Paolo Tofani, parroco di Santa Maria Assunta, oppure al Circolo Arci, dove dopo quattro anni di oblio è tornata la Festa Comunale de L’Unità di Pistoia grazie all’iniziativa della nuova segretaria comunale del Pd Irene Bottacci e dei tanti volontari. Una ricomparsa fisica e simbolica della politica partecipata, come il bagno di folla per l’ex premier Matteo Renzi nell’incontro moderato da Cristiano Marcacci, direttore de Il Tirreno. Bindini fa parte del comitato “Santomato non dimentica”, nato per mantenere viva la memoria della fucilazione di Ubaldo Fantacci e della strage di Villa Rossa in Felciana, dove i nazifascisti fucilarono 11 civili. Nato a Santomato nel 1953, è un pezzo della storia recente di Pistoia, punto di riferimento per presenze costanti, relazioni e memoria condivisa.
Quando e perché è iniziato il suo impegno sociale?
«Ho iniziato come lavoratore precoce nel 1969, dopo le scuole dell’obbligo. Da operaio ho vissuto le prime esperienze sindacali. Lavoravo alla Itp di Dino Baldassini e del figlio Piero. Questi fu rapito e ucciso dall’Anonima Sarda nel 1975 a 34 anni. L’impatto psicologico ed economico cambiò radicalmente il destino dell’azienda, portandola a una lenta chiusura. Da lì passai alla Breda, prima come molatore poi gruista, dove ebbi come mentore Romano Pagliai, figura storica della classe operaia pistoiese che fece crescere in me la passione per la politica e il senso del collettivo».
Fu impegnato anche lì sindacalmente?
«Presto entrai nel consiglio di fabbrica e nel direttivo della Cgil, parallelamente ebbi incarichi nel Pci, sempre in azienda. Fu una scuola di vita, fatta di assemblee, turni e solidarietà concreta tra lavoratori».
Quali furono i suoi primi passi in politica?
«Debbo gli inizi a una persona che è mancata in questi giorni: Fabio Mussi grazie al quale entrai a far parte del Consiglio nazionale dei lavoratori. Ero di casa a Botteghe Oscure facendo il pendolare, consumando le ferie. L’impegno in politica mi intrigava e mi dedicai di più a quello, con entusiasmo».
Come si è sviluppato questo filone?
«Ho seguito tutte le evoluzioni del maggiore partito della sinistra: dal Pci al Pd. Ebbi dal segretario provinciale Paolo Bruni l’incarico di responsabile dell’organizzazione dei Ds. Nel 2000 mi occupai della Festa regionale de L’Unità al Palasport di Pistoia. Ci furono grandi personaggi come Walter Veltroni. Ricordo la serata di Massimo D’Alema e Beppe Grillo che fece molto discutere in città e non solo».
È vero che da giovane ha frequentato la scuola di partito?
«Sì, nel 1975 alle Frattocchie, nel comune di Marino, alle porte di Roma, al “corso operaio”. L’istituto sorgeva in una grande villa signorile immersa nel verde. Era la più celebre scuola di formazione del Pci. Oltre la dottrina, a molti militanti insegnavano grammatica, storia, economia e geografia. Le vicissitudini politiche interruppero quell’esperienza. Villa e parco furono venduti anni dopo insieme alla sede di Botteghe Oscure».
Per quanto tempo la frequentò?
«Sei mesi in aspettativa non retribuita, un periodo intenso e formativo».
Ha qualche aneddoto da raccontare?
«Spesso incontravo lì Enrico Berlinguer, il segretario nazionale. Nella sala Togliatti si riunivano i leader dell’eurocomunismo. Erano incontri particolari, quasi riservati. Ricordo di aver stretto la mano ai segretari comunisti spagnolo e francese, Santiago Carrillo e Georges Marchais. Come corsista partecipai al congresso nazionale all’Eur dove incontrai persone che credevo inavvicinabili come Napolitano, Pajetta, Amendola e Ingrao».
Dopo quella forte esperienza tornò a Pistoia?
«Sì, ricordo con piacere la stretta di mano a Sandro Pertini quando il presidente venne in visita alla Breda e si trattenne a pranzo con gli operai alla mensa. Sempre in fabbrica ho incontrato anche Nilde Iotti e Napolitano. Da responsabile dell’organizzazione nel ’94 e ’95 ero alla direzione delle Feste de L’Unità provinciali che si tenevano al Parco della Rana».
Ha qualche episodio curioso da raccontare sulle feste?
«Fui selezionato insieme a Lido Scarpetti per organizzare la diffusione de L’Unità alla chiusura della Festa Nazionale del 1982 a Pisa. Riuscii perciò ad avvicinarmi a Yasser Arafat, Presidente dell’Olp, che quel giorno salì sul palco con Berlinguer al cospetto di un milione di persone. Fu un’emozione forte, indimenticabile, davanti a una piazza immensa e commossa assistetti da vicino a un momento storico».
Come nacque il suo impegno nelle istituzioni?
«Su proposta della sezione Ds di Santomato fui candidato al consiglio comunale nel 1994 e risultai il più votato. Ciò mi permise di aprire la legislatura come consigliere anziano. Successivamente in tale qualità svolsi spesso il ruolo di presidente dell’assemblea comunale. Dopo cinque anni mi ricandidai e fui il secondo più votato a una manciata di voti dal primo. Il sindaco era Lido Scarpetti, ex collega alla Breda e amico di infanzia a Santomato».
Forte di questa esperienza ci fu il passaggio alla circoscrizione.
«Sì, sempre su proposta del partito. Nella legislatura successiva fui presidente e capolista della Circoscrizione 2. Fui eletto per due mandati arrivando sempre primo nelle preferenze. È stata un’esperienza bellissima al servizio del cittadino. Godevo della fiducia del sindaco Berti, che mi faceva sentire un assessore aggiunto ed ero spesso invitato alle riunioni di giunta. Guidavo 34 mila residenti, da Sambuca a Quarrata. Realizzammo la riqualificazione delle Fornaci: 10 milioni dal governo centrale per il contratto di quartiere, diventati trenta con i privati. Nacquero piazza Mandela e la filiera scolastica in via del Fornacione con palestra. Demolimmo edifici fatiscenti in via Valiani e facemmo una variante al piano regolatore per il futuro circolo».
Perché ne parla con tanto orgoglio?
«Arrivare secondi a livello nazionale nel bando per riqualificare un quartiere fu una grande soddisfazione. Significava vedere crescere le periferie. Le circoscrizioni avevano una struttura vicina ai cittadini. Avevo tre uffici: Fornaci, Bottegone e Santa Maria Cavaliera per il decentramento».
Dopo anni così intensi cosa ha progettato per il suo futuro?
«Il ritorno alle origini ovvero al circolo di Santomato come vice presidente. Di tutte le esperienze desidero ringraziare Sonia, mia moglie, che mi ha sempre sostenuto nelle scelte e nei momenti difficili. Il circolo fu fondato da mio padre Amberto, da Vasco Bindini, da Giovambattista Bracciali, da Alvise Bartoletti, dai fratelli Fanciullacci, da Giancarlo Maltinti, da Giordano Pagliai, da Vincenzo Pagli e da Vittorio Cipriani. Fu poi rilanciato nella nuova sede nel 1973 da noi giovani di allora, tra cui Lido Scarpetti, Fiorenzo Gori e Riccardo Michelozzi. Organizzammo doposcuola e biblioteca pensando alla crescita culturale del paese. La politica, per me, è sempre stata servizio concreto, ascolto e vicinanza alle persone più che ideologia astratta».
È ancora orgoglioso del suo essere stato comunista?
«Sì e lo rivendico con convinzione. Tuttavia racconto sempre un episodio che mi ha aiutato a non essere settario: la mia visita a Mosca nel 1978 insieme a Scarpetti, Michelozzi e Roberto Melani. Avevo visto che la “mamma” non era come la immaginavo. Al ritorno lo raccontai a un’assemblea al circolo di cui ero segretario. Un compagno che aveva subito angherie per il suo essere comunista mi diede del visionario. Poi nell’81 ci fu la svolta di Berlinguer. A Santomato si è sempre guardato avanti e siamo tradizionalmente degli anticipatori. Questo mi fa sperare che possiamo continuare a esserlo, con lo spirito comunitario di sempre e con fiducia nel domani».
Che cosa è per lei la politica?
«A livello personale una crescita culturale e umana. Inoltre un servizio per i cittadini. Nel mio caso nella strada, nelle piazze e tra gente».
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