Il sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi: «Voglio un car sharing comunale, da ragazzo mi chiamavano Condor»
Parla il primo cittadino: «Metterò limiti agli affitti brevi e penso a canoni calmierati per i fondi sfitti»
PISTOIA. Non gesticola mai. Tiene le mani ferme, con i palmi posati sul tavolo. Se si muovono, compiono piccoli peripli in uno spazio circoscritto, al massimo si sollevano per mimare la funzione della presa o di un appoggio sicuro. Camicia di lino color cachi, occhiali dalla montatura nera spessa, voce bassa e compassata, Giovanni Capecchi sembra nato per la Sala Guelfa, scura, con le trifore che lasciano tralucere solo spicchi di sole sotto il soffitto a cassettoni medievali. Va detto, ci abbiamo provato a scuoterlo, qualche domanda era perfino puntuta, dialetticamente irritante. Lui, niente. Gli chiedi del Pd che con i tira e molla avrebbe fatto arrabbiare pure un monaco tibetano, e lui dice che «l’ala con cui mi trovo è quella schleiniana» ma alla fine «ho scelto io».
Sa di aver compiuto un piccolo capolavoro strappando Pistoia alla destra, ma ammette che «cose buone» le ha fatte anche il meloniano Alessandro Tomasi (lui, il più a sinistra dei sindaci nella storia della città). Vuole costruire un Uber pubblico per le frazioni, sogna bus gratis per giovani e anziani, desidera una città verde, il cuore gli tumultua nel petto a vedere i cavalli galoppare nella Giostra dell’Orso ma non toccherà la tradizione. Ripete più volte di non «essere un politico», risponde a ogni domanda sviluppando un ragionamento, attingendo al suo «immaginario» di letterato, non con quelle frasi preconfezionate preparate di solito a sindaci e governatori dagli addetti stampa o scaricate da ChatGpt.
E questo è già quanto di più politico ci possa essere. S’è presentato a questa intervista – la prima che rilasci da quando si è insediato – da solo. Nell’ombra tenue del suo nuovo ufficio la sua figura sembra un intaglio: deciso, ieratico, imperturbabile, non privo di autostima, conscio della propria disciplina interiore. Giura di essere sempre stato così, fin da piccolo. Serio, austero. Varcando per la prima volta la soglia di Palazzo di Giano da sindaco eletto non ha provato emozioni: «Mi è sembrata una cosa naturale» . Nessuno sguardo indietro alla strada fatta per arrivarci. Pare volerci dire che sa esattamente dov’è e cosa fare, Capecchi. Tutti lo conoscete come il prof di letteratura italiana, esperto di Camilleri e Pinocchio. Un tempo però lo chiamavano il Condor. E per quanto possa apparire incongruo, scoprirete che non lo è.
Sindaco Capecchi, siamo a Palazzo di Giano dopo settimane agitate sulla giunta. Lei ha detto: “È la mia squadra, l’ho scelta io”. È stata davvero una scelta libera o una faticosa mediazione tra partiti?
«È stata prevalentemente una scelta mia. Nei giorni precedenti alla nomina ho incontrato le forze politiche, ho ascoltato il Pd, le proposte, le idee, i suggerimenti. Erano talmente numerosi che a un certo punto mi è sembrato impossibile arrivare a una sintesi perfetta. Così ho scelto di tornare alla mia idea iniziale: ascoltare tutti e poi decidere secondo ciò che ritenevo migliore. Per questo la giunta rispecchia il mio progetto e le mie idee».
Qual è stato il nodo più difficile da sciogliere: i nomi, le deleghe o i rapporti di forza nel campo largo?
«La cosa più difficile è stata dover escludere persone che stimo molto e alle quali voglio bene. Ho scelto assessori nei quali ho grande fiducia, ma non ho potuto coinvolgere tutte le persone meritevoli. Per me, che considero fondamentale il rapporto umano, è stato doloroso dover parlare con amici e amiche e spiegare loro che non c’era la possibilità di entrare».
Con chi ha parlato di più del Pd durante le trattative?
«Soprattutto con la segretaria comunale del Pd, Irene Bottacci. I rapporti sono molto buoni, anche se naturalmente ci sono state posizioni diverse. Le ho proposto di entrare in giunta, ma insieme al partito ha valutato che fosse meglio restare segretaria».
Al posto suo è entrata Elena Sinimberghi.
«Elena Sinimberghi è un acquisto importantissimo per la giunta. Ha capacità, energia, esperienza. Nel comporre la squadra la prima valutazione è stata quella delle competenze».
Lei però è un ingegnere. Perché alla scuola?
«C’è stata anche una valutazione politica. Abbiamo ragionato anche sull’opportunità di evitare deleghe che potessero interferire con le professioni dei singoli assessori».
Tra gli assessori c’è Olimpia Banci, commercialista, alla quale sono state affidati commercio e turismo. Non teme possibili commistioni con la sua professione?
«No, non credo che ci siano problemi di questo tipo. Olimpia ha competenze importanti ed è la persona giusta al posto giusto».
Con il 54% lei ha riportato Pistoia al centrosinistra dopo 9 anni di era Tomasi. Qual è la prima cosa che vuole cambiare?
«La prima cosa sarà coinvolgere la città nelle scelte che la riguardano. In questi anni la partecipazione non è stata un tema guida; per noi lo sarà. Ma partecipazione è una parola facile da pronunciare e difficile da costruire. Ci siamo dati i primi 100 giorni per organizzarla davvero: momenti di confronto, assemblee. Prima di adottare le decisioni principali vogliamo aprire un dialogo con cittadini, categorie, professioni, ordini, associazioni».
Non teme che la partecipazione diventi un freno? Che alimenti comitati, proteste, sindromi Nimby?
«Può rallentare all’inizio, ma accelerare dopo. Se su una grande scelta ci prendiamo due o tre mesi per discutere, ascoltare e mettere attorno a un tavolo posizioni diverse, spesso troviamo soluzioni migliori. L’amministratore deve poi decidere, certo. Ma non sempre l’idea migliore nasce dentro l’amministrazione: può arrivare da un cittadino, un comitato, un architetto. Dopo il confronto viene la decisione. E quella spetta all’amministrazione».
Non teme di passare per il sindaco dei comitati?
«No, anzi. Questo percorso dovrebbe limitare la nascita dei comitati. Un comitato nasce quando un gruppo di cittadini pensa che l’unico modo per parlare con l’amministrazione sia contrastarla. Se invece la strada è quella del dialogo e dell’ascolto, la città può esprimersi prima. Non significa che convinceremo tutti o che tutti saranno soddisfatti. Però io non ho paura della voce dei cittadini».
Nel suo programma ricorre l’espressione rigenerazione verde. Quale sarà il primo segno concreto?
«Vogliamo lavorare subito su alcuni parchi storici. I primi interventi riguarderanno il Parco Puccini. E subito inizieremo un progetto su piazza della Resistenza: la riqualificazione della piazza, dei percorsi pedonali oggi difficili da attraversare, la possibilità di ripristinare la fontana centrale, uno spazio per il gioco libero e lo sport, un’area cani verso la Fortezza. Ma vogliamo anche intervenire sulla riforestazione urbana, sulle nuove piantumazioni, sulle isole di calore».
Quindi Pistoia città verde non è solo uno slogan?
«No. Abbiamo già avviato un rapporto con l’associazione dei vivaisti e con la Fondazione Caript. È una strada già tracciata, che noi vogliamo percorrere con decisione».
Dunque, non butta via tutto quello che ha fatto Tomasi?
«No. Io sono poco politico, in questo senso. Non mi piace l’approccio per cui chi c’era prima ha sbagliato tutto, o chi appartiene a uno schieramento diverso non può avere idee utili. Se si ragiona sulla città, si possono trovare punti d’incontro».
Anche con la destra?
«Anche con la destra».
Che opinione ha di Alessandro Tomasi?
«Ho un’ottima opinione di lui dal punto di vista personale e umano. Non posso dire che siamo amici, ma quando ci vediamo scherziamo, abbiamo un rapporto confidenziale. Anche con Anna Maria Celesti ho avuto e ho un buon rapporto. La campagna elettorale lo ha dimostrato: è stata elegante. Io non credo che la politica debba essere aggressività verso i propri compagni di percorso né verso l’altro campo».
Lo ammetta, forse va più d’accordo con Celesti che con Stefania Nesi, sua avversaria alle primarie e oggi vicesindaca.
«È stato un percorso che ci ha visto su due binari diversi nella fase delle primarie, e non era facilissimo recuperare subito anche un rapporto personale. Però il carattere di entrambi ci ha portato a farlo in fretta. L’affiatamento, quello che poi può diventare amicizia, ha bisogno ancora di qualche settimana. Ma ci sono già stima reciproca e voglia di lavorare insieme».
La città torna a parlare la stessa lingua politica della Regione. Che cosa chiederà a Eugenio Giani sulle infrastrutture?
«Ho già contattato Giani e sto cercando di fissare un incontro in Regione. Il primo tema è il collegamento ferroviario Firenze-Pistoia-Lucca. Per noi è fondamentale. Vorremmo che nei prossimi cinque anni diventasse davvero un collegamento metropolitano tra Firenze e Pistoia».
Che cosa manca oggi?
«Soprattutto la frequenza dei treni. Vorremmo un collegamento più costante, quasi tale da consentire alle persone di andare in stazione senza guardare l’orario, sapendo che un treno arriverà comunque. Non è un progetto semplice, ma bisogna partire subito se vogliamo ottenere risultati nel mandato».
La Regione ha appena aumentato i biglietti dei bus.
«Non lo condivido. Il nostro modello è quello di città in cui alcune fasce, penso ai giovani e agli over 65, possono usare gratuitamente i mezzi pubblici. In alcune città europee il trasporto pubblico è gratuito per tutti e le auto quasi spariscono. So bene che a Pistoia non abbiamo metropolitane, tram o filobus, ma possiamo dare segnali politici. Se il trasporto pubblico fosse gratuito per i giovani, molti rinuncerebbero più volentieri all’auto appena presa la patente».
Concretamente, sul trasporto pubblico locale, che cosa può fare il Comune?
«Oggi spendiamo circa un milione e centomila euro per il Tpl sul nostro territorio. A parità di risorse possiamo riorganizzare alcune tratte: togliere corse dove sono meno utili, aggiungerle in orari più strategici, soprattutto nei collegamenti tra frazioni e centro. Dobbiamo anche pensare a soluzioni innovative. In alcuni luoghi un autobus può essere sovradimensionato; magari per tre bambini che devono andare a scuola da una frazione al centro può funzionare una forma di auto condivisa, coordinata dal pubblico».
Una sorta di Uber pubblico?
«Mi piacerebbe seguire strade innovative. Il problema del costo del servizio esiste, così come esiste il tema dei mezzi talvolta troppo grandi per alcuni collegamenti. Non sono scelte che si costruiscono in un mese, ma la volontà di affrontarle c’è».
Sugli affitti brevi Pistoia è ancora lontana dalla pressione di Firenze. Proprio per questo non è il momento di intervenire prima che sia tardi?
«Sì. A Pistoia siamo ancora in tempo per trovare un equilibrio tra affitti brevi, residenza e commercio tradizionale. Gli affitti brevi sono aumentati: l’aspetto positivo è che ci sono più posti letto per chi viene da fuori; quello da monitorare e regolamentare è il rischio di trasformare il centro in un luogo solo per chi passa pochi giorni in città. Non vogliamo questo. Il centro deve restare abitato».
Pensa a limiti veri?
«Sì, pensiamo a una regolamentazione, soprattutto nel centro storico. Non vogliamo che i fondi sfitti diventino progressivamente B&B o strutture per turisti. Pistoia può ancora salvarsi. Il suo valore, negli anni, continuerà a essere l’autenticità, se sapremo mantenere questo equilibrio».
E per riportare negozi e artigiani in centro?
«Vorremmo incontrare i proprietari dei fondi sfitti e costruire con loro un progetto. L’idea è valutare affitti calmierati per un periodo iniziale, così da favorire il ritorno di produzioni tipiche, laboratori, nuove attività. Il Comune non può imporre l’uso della proprietà privata, ma con un progetto convincente possiamo trovare interlocutori sensibili. Tra avere un fondo vuoto e affittarlo a un prezzo più sostenibile partecipando alla rigenerazione della città, credo ci sia spazio per un accordo».
Don Biancalani ha salutato la sua elezione con gioia e speranza. Vicofaro è stata sgomberata, a Ramini si sta tentando una nuova esperienza. Lei consentirebbe la rinascita di Vicofaro?
«No. Con don Biancalani ho parlato durante la campagna elettorale, così come ho parlato con il comitato di Ramini e con il mondo del terzo settore e del volontariato che si occupa di migranti. Siamo in attesa del nuovo vescovo: gli daremo il benvenuto e poi vorrò parlare con lui anche di accoglienza. L’obiettivo è accogliere, ma non concentrare le persone che vengono da lontano in un solo luogo o in una sola struttura».
Quindi accoglienza diffusa?
«Sì. L’accoglienza diffusa può dare una risposta vera a chi arriva da lontano e può rappresentare anche un’opportunità per i nostri territori. Il fenomeno migratorio non si arresta, perché chi parte spesso fugge da guerre e situazioni in cui si muore. Ma in territori segnati dal calo demografico, dallo spopolamento dei borghi, l’accoglienza può diventare integrazione e aiuto reciproco».
Lei dice “persone che vengono da lontano”, non “migranti”.
«È un tema che va affrontato anche da una prospettiva culturale e umana. Gli slogan che parlano solo alla pancia non sono la soluzione».
La sicurezza urbana è stata una bandiera della destra. Che risposta dà a chi chiede più controlli e più ordine?
«La sicurezza va affrontata con serietà. Ne ho già parlato con l’assessora competente, con il prefetto, il questore, le forze dell’ordine e la polizia locale. Non è solo ordine pubblico: se gli spazi pubblici sono frequentati e vissuti, sono anche più sicuri. Ma servono anche videosorveglianza e presenza sul territorio. Abbiamo verificato che ci sono telecamere non funzionanti da mesi e stiamo intervenendo per ripristinarle».
La Giostra dell’Orso si avvicina. Se un cavallo dovesse farsi male, lei riconsidererebbe la manifestazione?
«È una domanda difficile. Il regolamento attuale è molto avanzato nella tutela degli animali e credo faccia tutto il possibile per evitare incidenti. Naturalmente gli imprevisti possono esistere. Bisognerebbe trovarsi in quella situazione per valutare».
Che effetto le fa guardarla?
«Quando cavalli e cavalieri fanno il giro della piazza sto un po’ con il fiato sospeso, lo dico sinceramente. Quando arrivano a completare il percorso sono felice per il cavaliere e per il cavallo. Ma la Giostra ha radici profonde nel territorio, ha potenzialità di promozione della città e il mondo dei rioni è fatto di persone che lavorano tutto l’anno, non solo per la corsa, ma per attività aggregative e sociali. È un mondo al quale voglio essere vicino».
Pistoia è Capitale italiana del libro. Che cosa può aggiungere al programma già costruito?
«Non è facile intervenire su un programma nato da un dossier e già strutturato. Però insieme all’assessora alla cultura vorrei aggiungere nella parte finale dell’anno alcuni appuntamenti capaci di parlare alla città e anche all’esterno. È stato fatto molto, forse però in modo un po’ indistinto. Penso a reading in luoghi simbolici della città, con testi letterari legati a Pistoia e non solo».
Il mercato si sposterà definitivamente allo stadio?
«No, non c’è questa idea».
Conosciamo il professore Capecchi. Meno il lettore Capecchi. I suoi tre romanzi preferiti?
«La coscienza di Zeno di Italo Svevo, La vita agra di Luciano Bianciardi e Requiem di Antonio Tabucchi. Aggiungo un libro al quale sono molto legato, anche perché l’autore era pistoiese: Bandiera bianca a Cefalonia di Marcello Venturi».
Quando è entrato per la prima volta a Palazzo di Giano da sindaco eletto, le è tornata in mente un’immagine della sua infanzia?
«È stata una sensazione molto strana, perché mi è sembrata una cosa naturale. Ero emozionato, ma non troppo. Forse perché tutta questa vicenda l’ho vissuta come qualcosa che oggi avesse senso per la città e per me. Come se i tempi fossero maturi, come se fosse il momento giusto per incontrarci e provare a utilizzare al meglio quello che so fare».
Il Giovanni Capecchi adulto è molto diverso dal bambino che era?
«No, non sono diverso. Sono sempre stato tranquillo, abbastanza concreto ma anche sognatore. Ho sempre amato ascoltare gli altri. E le persone più anziane esercitano su di me, da sempre, un grande fascino».
L’inclinazione umanistica viene da suo padre o da sua madre?
«Da entrambi: tutti e due avevano studiato lettere. Ma sulla strada della letteratura mi ha portato un grande professore del liceo Forteguerri, Vasco Gaiffi. Io pensavo di fare il medico, poi ho incontrato lui e mi ha appassionato alla letteratura».
Oggi, con l’intelligenza artificiale che scrive testi, consiglierebbe ancora a un ragazzo la strada dell’umanesimo?
«Sì, la consiglierei. Anche il mondo economico ha bisogno degli umanisti. In tante aziende incontro giovani con formazione umanistica. È una formazione che aiuta a ragionare, ad avere immaginazione, a trovare soluzioni nei momenti difficili. Chi ha studiato letteratura per anni si è alimentato di storie e immaginario: sembrano cose lontane dalla concretezza, ma nella vita concreta arriva il giorno in cui trovi una soluzione e non sai nemmeno da dove venga. Viene anche dal percorso che hai fatto».
Tifa per una squadra di calcio?
«Sì, tifo Juventus. Da sempre. È un male di famiglia. I non juventini mi dicono: almeno un difetto lo deve avere».
E Pistoiese e Pistoia Basket?
«Il basket l’ho seguito per tanti anni anche con l’abbonamento. Negli ultimi due anni l’ho seguito in televisione attraverso mio figlio, che ha 21 anni e gioca a basket da quando faceva le elementari. Gioca a Bottegone. Quando era più piccolo, andare al PalaCarrara la domenica pomeriggio era un momento bellissimo di condivisione con lui».
Lei ha giocato a calcio?
«Sì, a livello amatoriale. Avevo anche un soprannome che è tornato fuori durante la campagna elettorale: Condor. Ero un attaccante, ala sinistra, mancino. Ho giocato prima nella squadra della cooperativa Pantagruel, con ragazzi come me e ragazzi che venivano da storie di disagio, droga, tossicodipendenza. Poi ho giocato nell’Inas Italia, nei campionati Uisp».
Perché il calcio era così importante?
«Perché sono sempre stato, in tutti i contesti, il ragazzo serio: serio a scuola, serio da rappresentante degli studenti, serio nell’impegno politico, serio a casa. Il calcio era il momento in cui si scherzava, si rideva, si dicevano sciocchezze. Era la compensazione necessaria per un ragazzo che non poteva essere soltanto serio».
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