Carobbi, una carriera controcorrente: «Ero mingherlino, ma non mollai. Poi ho marcato Maradona, Platini e Zico»
L’ex calciatore pistoiese si racconta: dagli inizi da ragazzo mingherlino nei campini di Pistoia ai trionfi europei con il Milan di Sacchi, passando per lo storico scudetto Primavera con la Fiorentina, la Nazionale e una carriera segnata da gravi infortuni. Successi e momenti bui, compreso l’intervento al rene che rischiò di fermarlo per sempre, fino ad oggi che fa il tecnico del settore giovanile della Pistoiese, realizzando il sogno del padre tifosissimo arancione
PISTOIA Stefano Carobbi ha compiuto gli anni da pochi giorni, è nato a Pistoia il 16 gennaio 1964. Da calciatore è stato il pistoiese più titolato della storia. Ha vinto: una Coppa dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Europee e una Supercoppa Italiana vestendo la maglia del Milan. Nel suo ricco palmares troviamo anche una semifinale europea con la U21 azzurra, un quarto posto ai Giochi di Seul del 1988 con la Nazionale Olimpica e uno scudetto tricolore Primavera con la casacca della Fiorentina. Da quest’anno è un tecnico del settore giovanile della Fc Pistoiese. Corona così il sogno del padre 96enne Valerio, tifosissimo arancione. A chiamarlo è stato il diesse Massimo Taibi che fu suo compagno al Milan. Carobbi vanta pure un impegno civile che lo ha visto protagonista in un progetto di inclusione nel Pistoia Nord quando vi militava il figlio Niccolò. Ha anche fondato una associazione umanitaria in Veneto.
Carobbi, da dove è iniziato tutto?
«I primi calci al Tempio del mitico Don Siro Butelli in un campino vicino al cinema Roma. A 11 anni andai all’Ac Pistoia di Brunero "Bruschino" Tuci, persona di una umanità infinita. Mi allenavo al Frascari in coabitazione con l’Avanguardia di Renzo Corsini in cui giocava Davide Lucarelli (altro calciatore pistoiese poi arrivato alla Serie A ndr). Da lì insieme a due compagni di squadra, Giancarlo Tocci e Michele Innocenti, passai direttamente alla Fiorentina dopo aver vinto un titolo provinciale. Bruschino ci portò a Firenze con un furgoncino. All’arrivo ci disse: "Se ci ripensate vi riporto a casa". Ero mingherlino. Pesavo solo 49 chili. Nel 1978 Egisto Pandolfini, leggendario dirigente viola mi mandò per irrobustirmi alle giovanili della Pistoiese. Lì trovai Enzo Riccomini che il giovedì mi faceva allenare con la prima squadra. E mi fecero anche sformare le scarpe di capitan Sergio Borgo. Si usava fare all’epoca per evitare che si formassero le vesciche ai grandi. L’anno dopo tornai a Firenze dove mi prese in carico Sergio Cervato, altra persona importante per me ed arrivai fino alle squadre Berretti e Primavera».
A livello giovanile quale fu il traguardo più importante?
«L’unico scudetto conquistato nella storia dalla Primavera viola. Lo vincemmo con l’allenatore Vincenzo Guerini superando il Cesena di Sacchi. Nato attaccante, poi centrocampista e infine difensore, avevo anche buona tecnica. Eravamo un gruppo fortissimo, tra cui: Cecconi, Giovanni Ceccarini, Baroni, Landucci, Del Rosso, Cristiani, Torracchi e il compianto Vignini, (morto in un incidente stradale a 41 anni). Confesso che nelle fasi finali delle stagioni abbiamo moderatamente tifato contro la Fiorentina Primavera. Vorremo conservare il record (ride)».
Quando capì che poteva fare carriera?
«Fui giudicato miglior giocatore a Grenoble in un torneo. Mi fu detto che i premiati a quella manifestazione l’anno avevano tutti esordito in una prima squadra. Fu così anche per me: il 27 febbraio 1983 debuttai in Fiorentina - Avellino giocando gli ultimi cinque minuti sostituendo Luciano Miani. Il debutto da titolare avvenne l’8 maggio dello stesso anno in Fiorentina-Sampdoria 3-1. Realizzai anche un gol dal limite dell’area leggermente deviato da Mauro Ferroni. A causa delle regole dell’epoca non figuro tra i marcatori».
In quella gara accadde qualcosa di particolare?
«Mister Giancarlo De Sisti mi mise titolare senza preavvisi. Mio padre mi cercava in tribuna. Pioveva a dirotto. Da un telefono a gettone chiamò più volte la mamma: "Cesarina non vedo Stefano". "Tranquillo - rispose lei - sarà a bordo campo". Ero inconfondibile. Tito Corsi, diesse viola, non voleva assolutamente che mi tagliassi la fluente chioma bionda affinché mi si notasse. Ma il babbo lì per lì non mi riconobbe in campo. A un certo punto telefonò di nuovo: "Cesarina, forse Stefano gioca e ha fatto gol". "Non è possibile", rispose la mamma, la quale desiderava soprattutto che studiassi. La soddisfazione per lei era il diploma in ragioneria che ho preso. Infine nell’ultima telefonata del babbo la mamma gli disse: "Sta giocando ed ha anche segnato". Lui corse in tribuna e lo disse a tutti».
È vero che una volta rischiò di smettere?
«Sì e lo racconto anche in incontri con le scuole. Successe a maggio del 1980. Con mio padre raggiungemmo Arezzo in treno alzandoci all’alba per disputare una partita. Il babbo non ha mai avuto la patente per un problema all’orecchio, però mi seguiva ovunque. Quella volta invece di giocare mi fecero fare il segnalinee. Al ritorno per mezzora in treno fummo ammutoliti. Poi il babbo mi disse: se vuoi smettere non ci sono problemi. Invece non mollai. Molti allenatori delle giovanili viola hanno creduto in me, in particolare Sergio Cervato, Vincenzo Guerini, Claudio Olinto de Carvalho Nenè e Arrigo Sacchi, che mi insegnò la "zona". Un giovedì De Sisti allenatore della Fiorentina si arrabbiò con i suoi giocatori perché non vedevano palla contro i ragazzi di Sacchi».
È vero che la sua carriera poteva finire molto presto?
«Avevo 24 anni. Giocavamo contro il Torino. In allenamento avevo preso una botta e in quella gara presi un nuovo colpo sempre all’altezza dei reni. Nell’intervallo vidi il sangue nelle urine. Era sorto un problema all’uretere. Ebbi un taglio di 40 centimetri e mi dovettero perfino togliere 10 centimetri di costola. Mi salvò il rene il luminare Alfiero Costantini. Rimasi in cura sette mesi e persi 11 chili. Mi mandarono a recuperarli per un mese mangiando tutti i giorni a Cutigliano da Fagiolino».
Tutto superato?
«No. Avevo una esplosività ridotta, pur tornado ad essere un validissimo giocatore. Mi avevano dato il 50% di possibilità di tornare a giocare. Invece passai al Milan. In rossonero fui bersagliato dai problemi fisici ma vinsi tutto anche se con sole 17 presenze in due stagioni. Vincemmo quello che c’era da vincere a livello europeo. Mi ruppi il menisco e soprattutto ebbi un grave infortunio ad una spalla che richiese un difficile intervento di cui porto ancora i segni».
C’è un aspetto della sua carriera che la riempie particolarmente di orgoglio?
«Aver validamente marcato i numeri 10 più forti al mondo come Maradona, Platini, Zico e altri mostri sacri dell’epoca».
Perché lasciò il Milan dopo soli due anni?
«Piansi vedendomi in una foto della Fiorentina. Galliani accettò di rimandarmi a Firenze. Purtroppo ci fu la retrocessione e fui trasferito a Lecce in Serie A. L’anno dopo volevo andare a Pistoia in C1 per il sogno di mio padre. Fabrizio Salvatori mi fece 3 anni di contratto, ma Cecchi Gori chiese 490 milioni di lire, cifra che la Pistoiese non poteva sostenere. Scesi in C2 a Poggibonsi su indicazione del mio procuratore per provare a riprendermi il cartellino visto che alla Fiorentina era finito il ciclo. A soli 31 anni decisi di smettere anche perché era nata mia figlia Francesca».
Che ricordi ha della Nazionale?
«La semifinale europea nell’U21 di Azelio Vicini e le Olimpiadi di Seul convocato da Francesco Rocca entrambe nel 1988. Arrivammo quarti in Giappone. Un’esperienza indimenticabile. Nella finalina marcai Jürgen Klinsmann».
Che cosa ha fatto dopo aver appeso gli scarpini?
«L’imprenditore di mobili creando l’azienda Stefano Carobbi. Attratto da un progetto sociale passai al Pistoia Nord dove giocava mio figlio Nicolò. L’anno dopo mi cercò la Fiorentina, ma volevo completare il progetto. Ci andai l’anno successivo restandoci dieci anni. Negli esordienti ho avuto Chiesa, Longo e Bangu, poi arrivai fino ai massimi livelli del giovanile. Finita quella esperienza passai in Serie D al Fiesole, poi 5 anni al Colle Val d’Elsa e tre in Serie A Femminile a San Gimignano. Dopo una breve esperienza al Porta Romana mi ha chiamato Massimo Taibi alla Pistoiese che conoscevo dai tempi del Milan. Qui mi occupo dei più piccoli e della Pistoiese for special. Mio padre corona il suo sogno vedendomi arancione. Alle partite indossa un cappellino, la maglia n. 3 con scritto Valerio e tifa alla tv».
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