«Ho coronato i miei sogni e ora voglio essere ricco di tempo»
Alessandra Tuci
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Enio Drovandi durante una festa di compleanno (Foto d'archivio)L’attore Enio Drovandi, il barista Totip de “I ragazzi della terza C”, si racconta: «Il chiosco dei miei genitori è stato il centro del mondo per tre generazioni»
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PISTOIA. Il chiosco, il profumo delle paste, le chiacchiere con I clienti. Poi Cinecittà, l’amicizia forte con Francesco Nuti, l’incidente che ti cambia la vita. La vita, quella «cosa straordinaria che ti accade tutti i giorni mentre siamo intenti a pensare ad altro» dice Enio Drovandi, e si racconta in quest’intervista al “Tirreno”.
Quella dolce e ridente infanzia vissuta tra il chiosco che i genitori avevano in piazza San Francesco, il lavoro come parrucchiere per donne, il sogno di trasferirsi a Roma per fare l’attore.
Quel sogno che poi diventa realtà e che lo trascinerà nei film dei fratelli Vanzina come “Sapore di mare”, fino a quelli del grande Mario Monicelli, da “Amici Miei Atto II” a “Speriamo che sia femmina”, “Le due vite di Mattia Pascal” e “I Picari” .
Il suo sogno si realizza grazie all’incontro con Roberto Benigni che lo presenta a Francesco Massaro, produttore del suo film d’esordio “I Miracoloni”. La vera svolta arriva però quando partecipa alla fortunata serie televisiva “I ragazzi della terza C”, dove entrerà nel cuore del pubblico con il personaggio del barista Totip.
La sua infanzia a Pistoia. Ci racconti la sua vita da bambino quando i suoi genitori avevano uno dei chioschi più conosciuti in città.
«Il chiosco è stato il centro del mondo per almeno tre generazioni di pistoiesi e sono passati tutti da lì. Era una leggenda nella nostra città. Poi c’è chi è diventato sindaco o ministro e chi si è perso per le patrie galere. . io ero in mezzo a tutti e cosi ho conosciuto le due facce della stessa medaglia: ricchezza e povertà, lecito e illecito, ho imparato a saperle dare ma anche a saperle prendere. Perché non scordiamoci che per saper vincere si deve imparare la cultura della sconfitta».
Il chiosco, dunque, come un mezzo per conoscere la vita di tutti i giorni.
«Lì ho imparato tutto, grazie ai miei genitori, agli amici, a tutte le persone che incontravo. Andavo a scuola ma non ne avevo molta voglia, ho fatto la terza media e ho cominciato a lavorare al chiosco con i miei genitori. Nel frattempo facevo tante cose, dall’assicuratore al parrucchiere per signora, ma sognavo il mondo dello spettacolo. Pistoia era il mio mondo ma mi stava stretta, venivo visto come lo “strano”, nel senso che parlavo fuori dal coro, improvvisavo la mia vita giorno per giorno. Volevo fare qualcosa che fosse al di fuori della mia vita di tutti i giorni».
Spesso parla di sua madre nelle interviste e, in generale, dei suoi genitori. Qual è stato il rapporto con loro e il loro ruolo nella sua carriera di attore?
«La mia è stata un’infanzia felice, fatta di gioie non dettate dall’avere beni materiali, dato che i miei non potevano permetterselo, ma bensì dal profondo amore con cui mi avvolgevano. Era come essere in barca. Mio padre la guidava, ma era mia madre a dettare la rotta. Lei, come tutte le mamme del mondo, è stata il fulcro della mia vita. Gli insegnamenti dei miei genitori sono stati il diario di bordo del mio cammino nella tempesta della vita. Due cose, in particolare, mi rammentavano mia madre e mio padre: “Ricorda Enio che il tuo conto in banca è saper sempre dire grazie” e “Rammentati che alla gente si deve voler bene quando c’è, non quando non c’è più”».
Dal chiosco a Cinecittà. Come e quando è cambiata la sua vita?
«Beh, ai tempi del chiosco se mi guardavo allo specchio mi riconoscevo da solo. Oggi ci sono tante persone che se mi guardano allo specchio e mi passano accanto, sanno chi sono, però io tengo sempre a mente cosa mi diceva Marcello Mastroianni: “Ricorda: più grande sarai più normale devi essere” . Il successo è come una sirena che canta per farti cambiare: devi essere tu bravo a saperti mettere i tappi alle orecchie. Enio ero e Enio sono. I pistoiesi li amo e loro amano me. Certo per le istituzioni locali, par sempre che io non esista. Nemo profeta in patria».
Ed Enio con i piedi per terra c’è rimasto davvero. Poi arriva quella data, il 6 ottobre 1989 ha un bruttissimo incidente. Lei spesso parla di un prima e dopo incidente. Cosa è cambiato da quel giorno?
«Esiste una mia pre-vita e una mia post– vita: la demarcazione è il 6 ottobre 1989. Di quell’incidente c’è una copiosa aneddotica su internet. Ero morto e sono rinato. Mi ha fatto soprattutto capire che il successo e la sconfitta sono due impostori e vanno trattati allo stesso modo: mai troppo euforici, mai troppo depressi. Però come diceva mio padre: dietro un carro funebre non ho mai letto la parola “trasloco”. Quindi sono attento ai beni materiali, ma non ne sono schiavo. Ricco e povero ero prima, ricco e povero sono adesso. Quello che mi interessa adesso – conclude Enio Drovandi – è essere ricco di tempo».
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