Bottegone saluta Pietro Donnini
Tiziana Gori
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La farmacia Donnini di Bottegone: un tempo sul retro cera anche il laboratorio Il notissimo farmacista, 73 anni, è morto dopo una emorragia cerebrale
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PISTOIA. Con la scomparsa di Pietro Donnini se ne va un pezzo di storia di Bottegone. I funerali si svolgeranno stamani alle 10 nella chiesa di San Michele Arcangelo, officiati da don Piergiorgio Baronti. Donnini, 73 anni, è morto domenica mattina a Careggi, dove era ricoverato da un mese. Quattro settimane fa era stato colpito, nella sua abitazione, da un'emorragia cerebrale. Dopo un giorno in neurologia al Ceppo era stato trasferito a Careggi per un intervento chirurgico. È rimasto in rianimazione neurologica per quattro settimane, senza mai riprendere conoscenza. Pietro Donnini era fratello di Massimo, da 17 anni presidente di Confartigianato Pistoia. La farmacia Donnini è stata sin dagli anni 40 uno dei punti di riferimento del paese. Ne ha vissuto i mutamenti, è cambiata con Bottegone mantenendo lo stile di famiglia, quello impresso dal padre Camillo e dalla madre Nella, che avevano trasferito l'attività da Collodi a Bottegone. «C'era la Casa del popolo, e poi, nel 1940, siamo arrivati noi - ricorda Massimo -. Ci dicevamo scherzando che eravamo finiti in campagna». Una famiglia della buona borghesia. Il padre, Camillo, era laureato in chimica, e prima di intraprendere la professione di farmacista lavorava alla Manetti & Roberts. La madre, Nella Sprinzeles, era nata a Firenze da genitori austriaci. Il padre era stato il primo direttore del personale del teatro Fabbricone di Prato. «Nel dopoguerra - spiega Massimo Donnini - la farmacia aveva un ruolo sociale. I vivaisti chiedevano a mia madre di tradurre le lettere in tedesco dei primi clienti stranieri. Mio padre era orientato a destra, ma i suoi amici erano di "tutti i colori". Ricordo le memorabili discussioni intavolate in farmacia. Con Piero Fedi, il calzolaio, e poi con il figlio Giovanni, comunisti di ferro. Era suo amico Giovanni Burchietti, ex preside in pensione di fede democristiana. Vittorio Magni, ex segretario della Cisl. E l'ex sindaco di Pistoia Francesco Foni, primo deputato del Pci di Bottegone». Sul retro della farmacia si trovava il laboratorio, dove il chimico Donnini preparava i medicinali. «C'erano un sacco di alambicchi. La gente diceva a noi ragazzi che "puzzavamo" di farmacia». Nel 56, a poco più di 50 anni, Camillo Donnini morì. «È stato un momento difficile. Avremmo anche potuto chiudere, ma il paese ha difeso la nostra presenza, dandoci una mano, e siamo rimasti». Camillo Donnini aveva fatto in modo che i suoi quattro figli fossero preparati nella materie più diverse, e i ragazzi lo avevano accontentato. Pietro, il maggiore, aveva seguito il suo stesso cammino, Massimo era diventato imprenditore, Enrico dirigente dei Servizi sociali del Comune, Rosetta dirigente alla Pubblica istruzione in Regione Toscana. Fino al 59 la farmacia si trovava dov'è adesso il negozio di abbigliamento Bessi. Poi si è trasferita accanto alla Casa del Popolo. Pietro Donnini vi lavorava con la moglie, Bianca Tempesti. A loro si sono affiancate - terza generazione di farmacisti - le figlie Silvia, 41 anni, e Giulia, 38 anni. «La farmacia Donnini - dice Massimo - si è adeguata ai cambiamenti della società ed è tuttora un punto di riferimento per il paese. Pietro però faceva fatica ad accettare la trasformazione commerciale». Forse si ricordava degli alambicchi del padre Camillo. Certamente, sotto la scorza burbera, si nascondeva una personalità complessa. «Era - spiega il fratello Massimo - una persona dai colori straordinari. Aveva bisogno di provare fiducia per aprirsi, ma basta leggere le sue poesie per capire. Disegnava. E dipingeva. Soprattutto le nostre campagne». Poesia e pragmatismo. Ieri la farmacia era aperta. Quando morì Camillo Donnini rimase chiusa solo due ore, il tempo della cerimonia funebre e della sepoltura.
