Il Tirreno

Pisa

Puccini: l'oro e il grande rimpianto

Fabrizio Del Pivo
<b>PUCCINI. </b>In alto a sinistra il fiorettista pisano sul podio olimpico, a destra con Enrico e Antonio Di Ciolo; qui accanto alla sua presentazione come maestro al Csp Di Ciolo (Foto di Bizzi e Minozzi concesse da Alessandro Puccini)
PUCCINI. In alto a sinistra il fiorettista pisano sul podio olimpico, a destra con Enrico e Antonio Di Ciolo; qui accanto alla sua presentazione come maestro al Csp Di Ciolo (Foto di Bizzi e Minozzi concesse da Alessandro Puccini)

Ha vinto un'Olimpiade (Atlanta '96) ma gli dispiace non essersi laureato

4 MINUTI DI LETTURA





 PISA. Alessandro Puccini è l'unico campione olimpico individuale del fioretto pisano. Dopo di lui i fasti del fioretto sono stati rinverditi da Salvatore Sanzo e Simone Vanni. Ma il suo oro nel "singolo" non ha ancora avuto... un gemello. E' appena tornato ad allenare a Pisa al Club Scherma Di Ciolo, ma è già partito per un raduno della Nazionale, della quale fa parte come istruttore, che si sta preparando ai prossimi Mondiali che si svolgeranno a Catania dal 9 ottobre.  Tra un allenamento e l'altro, comunque, Alessandro è disponibile per una intervista a tutto tondo nella quale parla di sport e non solo. Sposato, padre di due figlie, Puccini è un mito della scherma. Ma la scherma non è tutta la sua vita.  La vittoria olimpica di quindici anni fa ti ha cambiato la vita?  «Assolutamente no. E' stata una tappa di un percorso lungo iniziato a sei anni quando, per la prima volta, ho iniziato a tirare. E' stato un momento belissimo di una "cosa" che continua anche adesso che di anni ne ho quarantatrè. La scherma è stata una buona parte della mia vita e continua ad esserlo».  Come hai potuto conciliare lo studio con lo sport?  «I miei studi si sono fermati alla maturità scientifica e questo è un cruccio. Penso che, con calma, avrei potuto fare anche l'Università e laurearmi anche se fuori corso. Comunque, è stata dura. Ho dovuto fare gli straordinari per far combaciare le due cose. Mi sono trovato a studiare in ore un po' particolari. Con impegno e costanza si possono fare entrambe le cose. E' stato un bel sacrificio che ha dato i suoi frutti anche se, ripeto, adesso ho il rammarico di non aver fatto l'Università».  Che cosa ti ha dato lo sport?  «Tantissime cose. Innanzitutto, mi ha fatto avere tantissimi amici. Ci sono ragazzi che conosco da quando avevo sette-otto anni e che frequento ancora. Poi, tantissima esperienza. Ho girato il mondo fin da ragazzo permettendomi di avere un bagaglio culturale più grande rispetto ai miei coetanei d allora. Ho avuto la fortuna di vedere luoghi e modi di vita diversi da come era il "nostro" mondo. Sono cresciuto in fretta e questo è stato importante per me».  Che cosa hai dato in cambio?  Mi sento ancora stimato come persona. Per questo penso di aver dato qualcosa agli altri anche se non sta a me giudicare. Penso che i miei successi sportivi abbiano fatto felici molte persone».  A proposito di successi: Atlanta'96. Che cosa ricordi?  «Il giorno prima della gara mi sentivo al centro del mondo, ma non ero schiacciato dalla pressione, anzi, mi sentivo dentro una grossa carica positva. La mattina, prima di salire in pedana, guardai negli occhi i miei avversari e vidi che avevano paura. Non soltanto di me: erano molto tesi. Invece, ero tranquillo e sereno. Grazie agli psicologi Salvatore Sica e Pino Rombolà, riuscii a raggiungere una tranquillità mentale che mi servì per vincere l'oro battendo in finale, 15-12, il francese Plumenail. Avevo una marcia in più rispetto agli altri e non solo schermisticamente parlando».  Perché molti atleti fanno parte di corpi militari?  «La scherma ed altri sport cosiddetti "minori" non danno da vivere se non a pochi campioni. I gruppi sportivi militari ti danno la possibilità di allenarti per affrontare le gare con tranquilità. Sai di avere uno stipendio sicuro e questo è importante. Inoltre, a fine carriera, hai la possibilità di scegliere se rimanere un militare o lasciare. Questo è fondamentale. Io, ad esempio, ho scelto di rimanere nei Carabinieri».  Quale consiglio daresti ad un ragazzino che si avvicina allo sport?  «Cercare di imparare ogni giorno. Già questa cosa da soddisfazione. Inoltre, di stare bene con se stesso. Quella è la strada. Andare avanti a piccoli passi come nella vita di tutti i giorni. Pensare a questo, vivere la vita facendo attenzione e non concentrarsi soltanto sui grandi eventi sportivi».  Cambieresti qualcosa nella tua carriera?  «Sono contento di quello che ho fatto. Rifarei tutto. Sono fatto così. Non sono mai stato "fissato" sulla scherma. Mi sono anche divertito e sono stato insieme agli amici. Altri, magari, ottengono più di me: vedi Valentina Vezzali che ha vinto tre Olimpiadi consecutivamente. Ripeto: sono contento così».  Ad Atlanta eri fidanzato con Erika che è diventata tua moglie. Come ha accettato il fatto che, a causa degli allenamenti, avevi poco tempo da dedicarle?  «Quando mi ha conosciuto sapeva chi ero e la vita che facevo. Ci siamo fidanzati poco prima di Atlanta, quasi in contemporanea. Non è stato facile, ma abbiamo superato tranquillamente insieme i grandi periodi di distacco».  Tua figlia Virginia, dodici anni, fa scherma, Ginevra di nove ginnastica artistica. Le hai condizionate nella scelta?  «Se devo essere sincero,sì. Ho provato anche con la più piccola. Comunque, alla fine ho cercato di lasciarle libere di scegliere. A volte per quanto riguarda Virginia ho dei dubbi e penso se abbia deciso di fare scherma per me. Poi, la vede divertita mentre si allena e capisco che è stata una sua scelta. Anche Ginevra è felice quando si allena. Quindi, come padre, sono contento».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano

Toscana

Follonica, 16enne trovato in una pozza di sangue per strada: è in condizioni critiche – Caccia all’aggressore

di Ivana Agostini
Speciale Scuola 2030