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Pisa, l'ex sindaco Paolo Fontanelli boccia l'offerta turistica: «Oltre la Torre? Solo slogan. I fatti dicono il contrario»

di Francesco Loi

	L'ex sindaco di Pisa Paolo Fontanelli
L'ex sindaco di Pisa Paolo Fontanelli

La ricetta per il futuro: tante spinte a concentrare i turisti in zona Duomo. È necessaria una proposta di qualità e con una logistica conseguente

09 febbraio 2024
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Pisa «Tutti dicono “Pisa non è solo la Torre”, salvo dimenticarsene subito dopo». Paolo Fontanelli, ex sindaco e deputato, interviene in seguito all’inchiesta pubblicata dal Tirreno sui recuperi storico-artistici della città e sul loro sottoutilizzo come occasioni per ora mancate (Arsenali, Torre Guelfa e fortilizio, Cittadella Galileiana). L’occasione era stata data dal punto sui lavori al Bastione del Parlascio, con la previsione di una non chiara destinazione museale e, com’è stato osservato, con non pochi dubbi sul suo utilizzo.

«Questo interrogativo – dice Fontanelli – pone necessariamente l’esigenza di una riflessione sugli spazi della città recuperati e ristrutturati nell’ultimo quindicennio con i fondi Piuss e con altre risorse. Molto importante è stato il recupero del camminamento sulle mura, che ha potenziato l’offerta culturale e turistica, ma molto ci si aspettava anche dal recupero degli Arsenali Repubblicani, dalla Torre Guelfa, dalla Cittadella Galileiana, dal Museo delle Antiche Navi. Ma, come osserva l’inchiesta, ciò non è avvenuto, almeno nella dimensione di rappresentare un concreto processo di crescita di attenzione e di presenze verso le potenzialità culturali della città».

Fontanelli, quanto è reale il rischio che restino scatole vuote?

«Sì, rischiano di essere tali. E si dovrebbe aggiungere anche il poco comprensibile sottoutilizzo dell’SMS sul viale delle Piagge. Tutto ciò mette in evidenza un limite di visione, una carenza di proposte praticabili attraverso cui individuare contenuti e funzioni dei vari spazi e inquadrarli in un disegno complessivo di offerta culturale della realtà pisana. Ovviamente questo ragionamento deve fare i conti con la potenza di attrazione che hanno la Torre e la Piazza dei Miracoli sui visitatori della nostra città, tanto da assorbire gran parte dell’interesse culturale e quasi interamente di quello turistico. Tanto che, ormai da più di vent’anni, per parlare del rilancio di Pisa il motto citato da tutti è “Pisa non è solo la Torre”, salvo dimenticarsene subito dopo».

Ma questo disegno complessivo da cosa dovrebbe partire?

«Intanto mettendo in campo una proposta di offerta culturale innovativa, integrata e di qualità, insieme a un progetto organizzativo in grado di influenzare e modificare i flussi turistici. In sostanza, una logistica e una promozione che sposti l’attenzione e la vicinanza verso il centro cittadino, superando la logica gravitazionale che blocca tutto intorno alla Torre. Era questa l’idea del percorso dei musei sui lungarni, con la porta d’ingresso adiacente alla Cittadella (nella caserma Bechi Luserna), con la novità e la rilevanza culturale del Museo delle Navi come prima tappa d’attrazione e con una qualità dell’offerta museale strettamente connessa alla fruizione godibile della passeggiata sui lungarni e nel centro storico, con l’inevitabile approdo alla Piazza dei Miracoli. Del resto, il successo riscontrato in questi anni dalle mostre di Palazzo Blu ha dimostrato che giocando la carta della qualità si possono spostare o creare flussi nuovi lontano dalla Torre».

Oggi c’è qualcosa che riprende e può sviluppare quell’idea?

«Era un’idea con cui si connetteva anche il progetto di trasformazione dell’ospedale Santa Chiara elaborato da Chipperfield. Invece se ne sono perse le tracce e non risultano iniziative per rilanciare l’obiettivo del trasferimento della caserma dell’Esercito sull’Aurelia in altro sito, data la riduzione delle attività in molte aree militari. Al contrario hanno ripreso fiato le spinte a concentrare ancora di più i flussi turistici verso Piazza dei Miracoli. È sufficiente guardare alle aree di parcheggio individuate nelle vicinanze della piazza e alla pressione di traffico e di sosta che grava sempre di più su Porta Nuova e su Porta a Lucca. Come se non bastasse ora si propone la realizzazione di un Palacongressi all’interno del Santa Chiara che, tra l’altro, viene motivata proprio con la vicinanza alla Torre».

Perché non la convince?

«Perché è una previsione in controtendenza rispetto all’esigenza di costruire un’offerta culturale che miri alla valorizzazione dei beni culturali e museali di tutta la città. Per sostenerla si fa riferimento a sproposito al progetto Chipperfield, approvato nel 2013 in consiglio comunale, con una scheda in cui erano ipotizzate nel recupero della Scuola Medica attività culturali (centri di ricerca, musei, sedi espositive, biblioteche, archivi, sale convegni) e non, certamente, la trasformazione in un Palacongressi per 1.500-2.000 partecipanti, peraltro in netto contrasto con i vincoli architettonici della struttura».

Lei quale soluzione proporrebbe dopo che è emerso il problema dell’oneroso recupero del Palazzo dei Congressi dell’Università?

«È stata argomentata la necessità di un nuovo Palazzo dei Congressi solo se risponde al criterio di una struttura con una ricettività superiore ai 1.500 congressisti. Cosa che probabilmente aveva senso con la previsione, abbandonata dalla giunta attuale, di un insediamento congressuale, con albergo annesso, vicino all’aeroporto Galilei, peraltro con una soluzione di accessibilità eccezionale perché strettamente connessa alle principali direttrici e modalità di mobilità in modo da evitare ulteriori congestionamenti del traffico cittadino. Invece l’area del Santa Chiara va valorizzata attraverso una destinazione multifunzionale in grado di innescare processi di innovazione del tessuto imprenditoriale e sociale».

Quale lo scatto da fare, nella sua visione?

«Il problema di fondo resta quello di elaborare e predisporre un disegno di città proiettato sulla qualità urbana e sulla qualità e l’articolazione dell’offerta culturale, con l’obiettivo di intercettare flussi turistici più orientati alla conoscenza e vivibilità del territorio, e quindi anche a una maggiore permanenza. È possibile che, in questo contesto, il discorso sulla utilizzazione degli spazi e sulla loro gestione possa trovare risposte e soluzioni ai dubbi sollevati dall’inchiesta».l

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