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Pisa

Addio Sauro Bufalini, gigante buono

Addio Sauro Bufalini, gigante buono

E’ stato una bandiera della pallacanestro azzurra. La sua famiglia aveva una storica panetteria in piazza delle Vettovaglie

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PISA. Nella notte tra sabato e domenica si è spento Sauro Bufalini, 71 anni, pisano, uno dei grandi protagonisti della pallacanestro e dello sport cittadino. Era malato da tempo, ma la situazione è precipitata negli ultimi 15 giorni. Sauro, un gigante buono, aveva spiccato il volo dalla Libertas Livorno per consacrarsi a Varese, giocando poi a Napoli e Venezia. A fine carriera, nel 1975-’76 tornò per un campionato e mezzo da allenatore-giocatore alla Pallacanestro Livorno, quindi Olbia, Pontedera e Pistoia. Quando il basket per lui non era più una professione cominciò a occuparsi della panetteria di famiglia, in Piazza delle Vettovaglie a Pisa. 116 volte nazionale, due Olimpiadi, Bufalini lascia la moglie Giovanni, i figli Francesco e Alessandro e diversi nipoti. L’ultimo saluto al gigante buono che non c’è più è fissato per domani alle 15 al cimitero della Misericordia a Pisa.

Ai cronisti sportivi e agli appassionati di basket sembra un pesce d’aprile, invece purtroppo è tutto vero. Il cuore malandato di Sauro Bufalini ha smesso di battere. Un altro pezzo di storia dei canestri lascia questa terra e va sulla nuvoletta degli immortali. Dopo Cacco Benvenuti e l’arbitro Bruno Duranti dal carrozzone scende questo gigante burbero e buono più del pane che aveva venduto per diversi anni, esploso cestisticamente a Livorno, dove poi era tornato per gli ultimi spiccioli della sua carriera di giocatore. E proprio dal porto e dal salmastro sembrava aver preso quella lingua buona per sfornare battute fulminanti e una capacità di essere arguto rimasta intatta fino agli ultimi giorni. «La mia vita è su una poltrona fra televisione, cruciverba, letture e telefonate di tanti amici, ma ho i sensi ancora vivi e me la cavo», aveva detto a dicembre in occasione di un pranzo in suo onore con diversi reduci azzurri nel locale di Alfredo Grasselli a Parrana San Martino. Una dolce sintesi di tutti i suoi problemi fisici, che però non gli avevano tolto la voglia di resistere, di mantenere i contatti con il mondo della palla a spicchi, conservando rapporti veri, profondi, quelli di quando il senso dell’esistenza umana si misurava ancora con la capacità di essere e non di apparire.

Sauro era un gigante di “soli” due metri, entrato dalla porta principale nella Hall of Fame. Un pivot grande e grosso, senza l’atletismo dei neri ma dotato di un’intelligenza fuori dal comune. Spalle basse da scaricatore di porto e al tempo stesso modello di tecnica nel difendere sui lunghi avversari, nel prendere posizione sul tagliafuori e in lunetta, dove smistava palloni come un secondo play, precursore di tanti pivot moderni, da Kresimir Cosic in poi. Giocatore collante, unico nello sdrammatizzare le situazioni, la battuta sempre pronta. Una volta in Nazionale, dopo aver passato tanti minuti a prendere botte e a fare blocchi per i cecchini azzurri senza toccare palla, in un time-out allungò la mano a Vittori e Lombardi, che stavano eccedendo in tiri forzati, dicendo queste parole: «Piacere, mi chiamo Bufalini, veramente giocherei con voi...». Sauro era questo, sincero e leale fino al midollo, senza peli sulla lingua. A Livorno aveva ancora tantissimi amici, nelle altre città consacrate a pane e pallacanestro pure. E oggi tutto quel mondo lo piange.

Dino Meneghin, che dei consigli di Bufalini si era nutrito nell’Ignis Varese quando studiava da Superdino, ieri mattina ha telefonato in lacrime alla famiglia e domani sarà a Pisa per dare l’ultimo saluto a Sauro. Nome mitologico di una persona che ci lascia tutti un po’ più soli, più poveri, più vuoti. Focoso, caratteriale, di quelli con una scorza antica, che non esiste più. E soprattutto un uomo profondamente buono. «Era stato testimone alle mie nozze – dice Maurizio Vortici, uno dei giocatori PL che hanno avuto la fortuna di incontrarlo nella carriera – per me era un babbo».

«Ho sempre pensato – parole di Meneghin – che per fare grandi cose nello sport si debbano possedere qualità speciali, non dimenticando che senza grinta e passione non si va da nessuna parte. Sauro è stato uno dei miei maestri e io gli sarò riconoscente per tutta la vita. Un esempio di forza, intelligenza, scaltrezza di gioco. Lui e gli altri senatori con me erano molto pazienti, mi correggevano gli errori anche se pretendevano, cosa essenziale, la massima concentrazione in allenamento. Ma Sauro non era un orco pronto a sbranarti in un secondo, tutt’altro. Da buon toscano aveva uno spirito goliardico innato, capace di qualsiasi scherzo e di battute fulminanti». Sauro era minato nel fisico e al tempo stesso vivo, curioso, pungente. Tra le sue mille attività si era dilettato anche a fare dei talk show in una tv locale, e aveva scritto un libro (“Palle, onori e pallonari”), pieno di amarcord, aneddoti, vittorie e anche dei tanti venditori di fumo incontrati durante la carriera. Ci mancherà. Tanto.

Renzo Marmugi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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