Ullo, il grande campione della velocità che sfiorò il bronzo nella staffetta a Usa ’84
«Ma che emozione per Jacobs e compagni, ieri hanno davvero scritto la storia facendo tutti i cambi in sicurezza»
Sara Chiarei
PIOMBINO. Avere la velocità nelle gambe e nel cuore, quella che ti fa scendere in pista per vincere. E Antonio Ullo di gare ne ha vinte davvero molte. Tra i titoli conquistati cinque volte il tricolore (una volta nei 100 metri outdoor e quattro nei 60 metri indoor), argento agli Europei, bronzo agli europei indoor in Francia. Quarto classificato per due volte sui 60 metri ai mondiali indoor (nell’87 e nell’89) e poi naturalmente, ciliegina sulla torta, quel sogno chiamato Olimpiadi. L’atleta piombinese a Los Angeles gareggiò sia nei 100 metri, conseguendo il proprio record personale (10,36), che nella staffetta 4 x 100 sfiorando il podio (tempo 38,87) insieme allo storico tridente Mennea, Tilli e Bongiorni. E ieri l’ex velocista si è emozionato proprio per la staffetta azzurra che ha vinto il titolo olimpico contro ogni pronostico.
Come ha vissuto questa incredibile vittoria della nostra staffetta e prima quella di Marcell Jacobs?
«Guardi, è ancora più inaspettata dell’oro per i 100 metri. Quella che ha realizzato la nostra nazionale è un’impresa incredibile e sono felicissimo perché per molti anni siamo stati oscurati totalmente nell’atletica. Queste vittorie ci volevano davvero. Nella staffetta conta la squadra, devono correre tutti e quattro veloci e poi il nostro forte son sempre stati i cambi e stavolta, pur non perfetti, sono stati fatti in sicurezza. Ci hanno regalato una gara fantastica. Riguardo all’oro di Jacobs avevo molta fiducia ma non credevo che avrebbe raggiunto un simile risultato. È davvero forte e ha pure margini di miglioramento».
Torniamo all’avventura olimpica di Ullo negli Usa: il velocista piombinese partì anche alla volta dei Giochi di Seul quattro anni dopo, ma come riserva della staffetta.
Che ricordi ha dell’Olimpiade del 1984?
«Ricordi bellissimi, fu una grande emozione anche se un po’ di amaro in bocca resta per quel bronzo mancato per pochi centesimi nella staffetta».
Che pensieri le frullavano per la testa?
«Dagli Europei dove mi classificai secondo alle Olimpiadi ho vissuto un anno come se fossi in una centrifuga. Oltretutto venivo dal basket per cui non ho avuto il tempo di pensare a un obiettivo da prefissarmi, è successo tutto in fretta».
Perché il passaggio dal basket all’atletica?
«In squadra si erano accorti tutti della mia velocità, però col basket avevo poca dimestichezza. Quindi mi fu suggerito di provare a correre e infatti nella velocità, specie indoor ho trovato la mia vera dimensione. Avevo 18 anni. Da lì ho vinto praticamente senza allenamento i Giochi della Gioventù, poi nell’81 sono entrato alle Fiamme Gialle e ho iniziato ad allenarmi a Roma. In un paio di anni ero già alle Olimpiadi di Los Angeles, cosa molto bella ma il cui risvolto della medaglia è che alla fine mi sono goduto poco il percorso, tanto è stato rapido».
Com’era il villaggio olimpico americano?
«Disputare le Olimpiadi negli Usa che ha sempre avuto un’idea molto celebrativa dello sported entrare in quello stadio mi ha caricato al punto da permettermi di stabilire il record personale nei 100 metri. E il Villaggio ti permette di conoscere atleti di tutte le discipline provenienti da ogni parte del mondo».
Perché poi ha lasciato l’atletica?
«Un paio di anni dopo Los Angeles ho dovuto scegliere tra la carriera e lo sport e ho deciso di pensare al futuro. Ho provato a continuare a correre anche dopo ma conciliare sport, famiglia e lavoro non è cosa facile».
Consiglierebbe a un ragazzo la sua specialità?
«No, per il semplice fatto che ognuno ha le sue caratteristiche e il bello dell’atletica è che in base al tuo fisico scegli la direzione può idonea, è come un abito cucito su misura».
Ha mai pensato di allenare?
«Sì, ho fatto due volte il corso di allenatore però devo ammettere che a me lo sport piace farlo. Se guardo alla tv una partita di rugby mi ci butterei dentro, se seguo l’atletica vorrei scendere in pista. Detto questo mai dire mai e non escludo in futuro di mettermi alla prova anche come allenatore».
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