Il Tirreno

La sentenza

Piombino, violenza sessuale sulla figlia: condannati madre e amico

di Matteo Scardigli
Piombino, violenza sessuale sulla figlia: condannati madre e amico<br>

Insieme abusarono della bambina e condivisero i video

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PIOMBINO. Violenze sessuali su una bambina, la propria figlia. Le registrazioni degli abusi condivise tra loro: materiale pedopornografico. Per questi motivi una madre e un suo conoscente sono stati condannati, due giorni fa, a scontare anni di carcere.

L’orrore si consuma alcuni mesi fa tra il territorio di Piombino-Val di Cornia e il Nord Italia. La madre, originaria del sud della Toscana, vive qui insieme alla piccola mentre il padre, finita la relazione, non sta più con loro. La donna, nel frattempo, ha conosciuto un altro uomo, che in quei giorni è sceso a trovarla; ed è inseme a lui che, secondo l’impianto accusatorio, costringe la bambina ad atti sessuali che vengono ripresi.

I due non si fermeranno. Abuseranno della bambina ancora, e sarà ancora la madre a registrare la piccola, per quasi un mese intero anche quando l’uomo non c’è. Lui è tornato nella regione di provenienza ma lei si adopera per inviargli tutto quanto. E lui riceve, guarda, conserva.

Presto gli orchi vengono scoperti, lui arrestato e portato in carcere. La Procura chiede il rinvio a giudizio per entrambi e l’udienza preliminare viene fissata per la terza settimana di maggio al tribunale di Firenze davanti al giudice Alessandro Azzaroli.

Al banco dell’accusa la sostituta procuratrice Maura Ripamonti, l’uomo è difeso di fiducia dagli avvocati Simone Melina e Ilenia Monella, la donna (sempre di fiducia) dai legali Gianmarco Romanini ed Elena Libone. I capi di imputazione sono pesantissimi: detenzione di materiale pedopornografico e violenza sessuale, e ci sono le aggravanti del concorso e della particolare minore età della vittima. Il padre della bambina si è costituito parte civile, rappresentato dall’avvocata Alessandra Marconi.

Lui e lei chiedono entrambi il rito abbreviato, scegliendo di rinunciare al dibattimento allo scopo di ottenere lo sconto di un terzo sui reati che vengono loro ascritti. Un abbreviato “secco”, nel quale il giudice è chiamato valuta la colpevolezza basandosi esclusivamente sulle prove già raccolte dal Pm durante le indagini senza subordinazione all’acquisizione di nuove dimostrazioni.

La sentenza arriva due giorni fa. L’uomo partecipa in videoconferenza dalla struttura penitenziaria nella quale è stato confinato, la donna è in aula: consegna una dichiarazione scritta ma non parla. Nessuno dei due lo fa.

Azzaroli li condanna entrambi: lui a 9 anni di reclusione, lei a 8. Alla donna, in particolare, madre della piccola, toglie la potestà genitoriale e gli alimenti, e impone il divieto di avvicinare la figlia così come qualsiasi altro minore o luoghi frequentati da bambini e ragazzi minorenni. La condanna anche a pagare una provvisionale commisurata in 20mila euro. La donna dovrà anche risarcire la figlia per un ammontare da liquidarsi in sede civile.

L’uomo, quindi, rimane in carcere. Lei invece potrà attendere le motivazioni del giudice, 90 giorni di tempo, e da quel momento avrà a disposizione altri 45 giorni per presentare appello.

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