Il Tirreno

Lutto

L’Elba piange Salvatore Masia, maestro scalpellino del granito: sapeva trasformare in pietra in opera d’arte

di Redazione Elba

	Salvatore Masia intervistato da un giornalista alcuni anni fa
Salvatore Masia intervistato da un giornalista alcuni anni fa

Il padre, originario della Sardegna, si era trasferito a Campo nell’Elba in cerca di lavoro e aprì una piccola cava per la lavorazione del granito. Tra le sue principali opere la copia dell’antica ara romana dedicata a Ercole che si trova nel cortile del Palazzo Comunale di Portoferraio

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CAMPO NELL'ELBA. Una storia iniziata in Sardegna, tra le casette del paese nel quale Antonio Gramsci visse la sua infanzia. Proseguita sull’isola di La Maddalena fino ai lastroni di granito dell’Elba occidentale, estratti, tagliati e infine lavorati con maestria, colpo dopo colpo. Ecco, quella. Fino a queste ore, quando nella sua casa di Seccheto è morto Salvatore Masia, maestro scalpellino del granito elbano. Aveva 83 anni. Ed è uno degli ultimi testimoni di una tradizione che rischia di scomparire per sempre. È Gian Mario Gentini, presidente dell’associazione culturale Le Macinelle di San Piero a dare la notizia della scomparsa di Salvatore e al tempo stesso a rimettere assieme i puntini di una storia di altri tempi, caratterizzata da fame di lavoro, emigrazione e tanto sudore. Una storia che parte a Ghilarza, paesino in provincia di Oristano. All’epoca Gramsci andava a scuola con Palmerio Masia, il padre di Salvatore. Uno che dai banchi di quella scuola sai sarebbe allontanato presto per imparare il mestiere dello scalpellino, poi tramandato al figlio.

«Con la scomparsa di Salvatore Masia, Seccheto e l’intera Isola d’Elba perdono una figura profondamente legata alla tradizione della lavorazione del granito, uno degli ultimi rappresentanti di un mestiere che ha contribuito a costruire l’identità delle comunità dell’Elba occidentale – racconta il presidente del circolo Le Macinelle, Gian Mario Gentini – Per decenni, nel suo laboratorio di Vallebuia, nell’entroterra di Seccheto, Masia ha trasformato la pietra elbana in manufatti e opere destinati a case, piazze, giardini e luoghi della memoria, mantenendo vive tecniche e conoscenze tramandate di generazione in generazione».

In cerca di lavoro il padre di Salvatore, Palmerio, intraprese un lungo percorso che lo avrebbe poi portato da un’isola all’altra: prima La Maddalena e successivamente l’Elba, dove costruì il proprio futuro. «In una lettera inviata ai familiari rimasti in Sardegna – ricorda Gentini – usò una toccante espressione in lingua sarda: “L’iscrio a tinta’e lacrimas”, ovvero “vi scrivo intingendo la penna nelle lacrime”, parole che raccontano la nostalgia e i sacrifici dell’emigrazione di quegli anni. All’Elba Palmerio aprì una piccola cava e mise a frutto la sua esperienza nella lavorazione del granito, realizzando manufatti di pregio: elementi per caminetti, cornici per finestre e altre opere che richiedevano precisione, competenza e sensibilità artigianale. Fu questo patrimonio di conoscenze a essere trasmesso al figlio Salvatore, che ne raccolse l’eredità e la portò avanti per tutta la vita».

Tra le opere che testimoniano la maestria di Salvatore Masia vi è la copia dell’antica ara romana dedicata a Ercole, collocata nel cortile del Palazzo Comunale di Portoferraio. L’originale, databile tra il I e il II secolo d. C. e dedicato da Publio Acilio Attiano, prefetto del pretorio dell’imperatore Adriano, è conservato presso il Museo Archeologico della Linguella. «La riproduzione realizzata da Masia rappresenta uno degli esempi più significativi della sua capacità di confrontarsi con la storia e con le tecniche tradizionali della lavorazione della pietra – racconta ancora Gentini – Chi lo ha conosciuto ne ricorda la disponibilità, la semplicità dei modi e l’orgoglio con cui parlava del proprio lavoro. Con lui scompare una preziosa testimonianza della cultura degli scalpellini, ma restano le sue opere disseminate sul territorio: pietre lavorate con sapienza che continueranno a ricordare Salvatore Masia e la passione con cui ha dedicato la propria vita a un mestiere antico, contribuendo a conservarne la memoria per le generazioni future».

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