Il Tirreno

Il ritrovamento

Due navi romane sui fondali attorno all’isola di Capraia: i pescatori guidano Andrea alla grande scoperta

di Manolo Morandini

	L'immersione di Andrea nel mare attorno all'isola dI Capraia
L'immersione di Andrea nel mare attorno all'isola dI Capraia

I relitti individuati a oltre 100 metri di profondità dall’esploratore Bada

02 aprile 2024
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PIOMBINO. È tutto lì. Nel buio assoluto. Sul fondo del mare, a oltre 110 metri di profondità. L’esploratore Andrea Bada, che vive per scoprire storie nascoste negli abissi, fa riaffiorare due navi di epoca romana. Il colpo d’occhio è suggestivo. Le navi non ci sono più, disciolte dal tempo. La loro forma però è ancora ben visibile. È il carico di centinaia anfore a disegnare i contorni degli scafi. La prima nave solcava il Mediterraneo circa tremila anni fa. È un’imbarcazione da carico greco romana dalla forma rotonda e accorciata. L’altra, che sembra più un guscio, è una nave romana di circa mille anni meno antica dell’altra. I loro carichi di centinaia di anfore, ancora intatte, raccontano una storia di intensi traffici commerciali, olio e spezie che dovevano essere destinate ai mercati del nord.

I segnali
L’esploratore Bada si muove seguendo le indicazioni della storia e dei pescatori locali, con attrezzature tecniche di prima qualità, sia per immergersi che per girare filmati e fotografare i segreti degli abissi. Questa volta ha ascoltato le voci di Paolo Del Lama, l’ex guardiano dell’isola di Montecristo, e di suo figlio Federico che avevano da anni il sospetto che ci fosse qualcosa in quella zona. «Insieme alla mia squadra di sommozzatori e video operatori subacquei, Andrea Mescalchin, Emanuele Loglisci e Alessandro Geo Ruga, dopo molte immersioni siamo riusciti a centrare un piccolo rialzo disperso negli abissi – dice Bada – . Sono state molte le delusioni e le immersioni nei fondali dove sembrava impossibile trovare qualcosa. Ma la fortuna aiuta gli audaci e il risultato è una scoperta sensazionale. Un pezzo di patrimonio archeologico del nostro Paese, che va preservato e tutelato, non toccando nulla di tutto quello che i nostri occhi e le telecamere hanno catturato».

Le tracce
Un ritrovamento unico, per l’integrità del carico di anfore trasportate e la datazione di una delle due navi, che risale a più di 3mila anni fa. Il riconoscimento delle imbarcazioni e delle anfore, per periodo e datazione è stato curato dall’archeologo Alessandro Franco. I due relitti si trovano a nord e a sud dell’isola di Capraia, giacciono a una profondità che va dai -110 ai quasi -120 metri. «Data la incredibile integrità dei due relitti è possibile osservare e capire dalla posizione delle anfore – dice l’esploratore Bada –, la forma che avevano i due scafi. Quella greco romana, più recente dell’altra, è risalente al secondo secolo a. C., con anfore di tipo dressel 1, lascia vedere una forma più allungata e grossa con le anfore che presentano meno concrezioni. La seconda nave è risalente al terzo secolo a. C. ed è notevolmente più piccola e tonda, le anfore del tipo 4 delle van der Merch sono quasi completamente ricoperte da concrezioni. La cosa che mi ha sconvolto di più quando le ho viste apparire davanti ai miei occhi è l’incredibile sagoma della nave, segnata sul fondo del mare dalla posizione delle anfore, rimaste lì ferme e mai sfiorate per oltre 3mila anni».

La squadra
Il supporto tecnico, data la lunga permanenza in acqua, con immersioni che hanno richiesto oltre cinque ore di decompressione prima di poter riemergere, è stato assicurato dagli uomini di superficie del team di Bada, Tristano Ciampi e Lorenzo Filippi, che hanno operato insieme alla Capitaneria di porto di Piombino e l’Istituto idrografico della Marina Militare di Genova, diretto da Massimiliano Nannini e il comandante dell’ufficio Geo spaziale Angelo Castigliego, che si occupano del censimento dei relitti e della sicurezza della navigazione. «Il nostro mare è un tesoro, non solo dal punto di vista ambientale – dice Alberto Poletti, comandante Capitaneria di porto di Piombino – . È infatti in grado di raccontare storie di civiltà passate di cui conserva gelosamente i resti e le tracce, come nel caso di questo ritrovamento con il suo prezioso carico di storia».

Il precedente
A – 130 metri sul fondo del mare l’esploratore Andrea Bada ha fatto riaffiorare una storia di oltre 2mila anni fa nel 2020. La traccia anche in quel caso è una distesa di anfore, una stiva completa alta 2 metri e mezzo e lunga più di 20 metri. È il carico di una nave oneraria, tra le imbarcazioni più grandi del periodo imperiale romano poteva trasportare fino a diecimila anfore. Il museo sommerso è al largo della costa di Baratti. La scoperta risale al 2020 e si deve anche alla memoria di chi molti anni prima, andando a pescare in quella zona, si era trovato nella rete il coccio di un’antica anfora. Sono serviti giorni. Poi l’immersione da record, che solo pochi al mondo riescono a fare, portando al limite il proprio fisico, con qualche bombola d’aria e miscele di gas, ma nulla di più. L’alone di mistero sui protagonisti e la localizzazione del relitto è a protezione di questo museo sott’acqua, affinché non venga individuato da predatori e si conservi. La scoperta è stata segnalata alla Soprintendenza archeologia di Pisa e Livorno.
 

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