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Dimessa dal pronto soccorso, muore d’infarto a casa. La figlia dopo la sentenza: «Niente mi ripagherà per la perdita»
Piombino, era stata al pronto soccorso ma l'avevano dimessa senza nemmeno un controllo. La figlia di Francesca sull’Asl condannata al risarcimento: «Almeno è un barlume di giustizia»
PIOMBINO. Preferisce non rilasciare interviste né perdersi in dichiarazioni. Nel tono gentile di Maddalena, la figlia di Francesca Camiciottoli, si rispecchia solo la volontà dopo nove anni di vedere finalmente chiuso il capitolo giudiziario di questa vicenda. Una storia che per lei – così come per gli altri familiari della 40enne originaria di Braccagni scomparsa il 17 febbraio 2015 per un problema cardiaco non diagnosticato dal medico del pronto soccorso dell’ospedale di Villamarina, dove si era recata cinque giorni prima per venire dimessa dopo due ore senza nemmeno essere stata sottoposta a un controllo cardiologico – non potrà avere mai davvero fine. «Sono stati nove anni molto dolorosi ed emotivamente pesanti – racconta soltanto Maddalena, oggi 22enne – e niente mi ripagherà per la sofferenza e la perdita di mia mamma. Ma almeno questa sentenza è un barlume di giustizia».
In realtà per mettere un punto fermo sul processo civile con cui lei, il padre e il fratello di Francesca, hanno chiesto (e ottenuto in primo grado) il risarcimento per la perdita subita lamentando «la cattiva gestione sanitaria» da parte del personale del pronto soccorso piombinese servirà aspettare ancora alcune settimane: l’Asl Toscana nord ovest è stata infatti condannata sì a pagare oltre 640mila euro di risarcimento alla famiglia – 325mila euro alla figlia, 225mila euro al padre e 89mila euro al fratello – ma l’ufficio legale dell’azienda sanitaria ha ora 30 giorni di tempo (scattati dalla data di notifica della sentenza) per decidere se presentare o meno ricorso in appello. Una valutazione che «i nostri legali stanno portando avanti – spiegano dall’Asl – attraverso anche la commissione sinistri».
Dopo la morte di Francesca Camiciottoli, nove anni fa, la Procura di Livorno chiese il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio colposo per due medici. Il processo penale – con i familiari che si costituirono parte civile – si è concluso con l’assoluzione per entrambi i professionisti, confermata poi in appello, perché i giudici non ritennero validi i presupposti per la configurazione di un reato. Prima della richiesta del secondo grado di giudizio però «convinsi i parenti a rinunciare alla parte civile in appello – racconta l’avvocato della famiglia, Alessandro Napoleoni – in questo modo, dopo la sentenza di Firenze, abbiamo potuto intentare una causa civile per il risarcimento: la mancanza di presupposto in sede penale non esclude infatti il riconoscimento della responsabilità del medico e quindi dell’Asl in sede civile. In realtà – spiega il legale piombinese – tutto questo procedimento avrebbe potuto chiudersi prima: nel 2018 fu fatto un accertamento tecnico-preventivo per arrivare all’identificazione della responsabilità sull’accaduto e già allora la sottovalutazione del caso di Francesca da parte del personale del pronto soccorso, che ha costituito il punto focale anche in quest’ultima sentenza, era evidente. Avremmo potuto intavolare una trattativa con l’Asl ma non ci fu modo: per questo si sono dovuti attendere altri tre anni per ottenere una sentenza che analizzasse tutti i punti di rilievo nelle centinaia di pagine di relazioni tecniche e mediche».
Per l’avvocato della famiglia il risultato ottenuto in primo grado «rappresenta una soddisfazione nella misura in cui ha garantito almeno un poco di giustizia in questa vicenda – commenta Napoleoni – riconoscendo un risarcimento ai familiari. E in particolar modo viene data la possibilità di una ripartenza di vita decorosa a una ragazza che all’epoca aveva solo 13 anni e che ha vissuto in questi nove anni una vicenda giudiziaria prima penale e poi civile lunga e sicuramente dolorosa a livello emotivo e personale. Professionalmente, e non solo, per me questa è la cosa più importante».
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