Sicurezza
Francesca Camiciottoli morì a 40 anni per un infarto: l'Asl condannata a pagare un maxi risarcimento
Piombino, la donna venne mandata a casa dal pronto soccorso dell'ospedale Villamarina: «I sintomi e la presenza di un Ecg alterato avrebbero dovuto sollevare il sospetto di una crisi cardiaca in atto»
PIOMBINO. L’Asl Toscana nord ovest condannata a pagare un maxi-risarcimento di oltre 640mila euro ai familiari di Francesca Camiciottoli, la donna di quasi 40 anni scomparsa per un arresto cardiaco nell’appartamento che condivideva con il compagno in via Trento e Trieste a Piombino il 17 febbraio 2015. Secondo il Tribunale di Livorno infatti alla base della sua tragica morte ci fu una «mala gestione» della situazione da parte dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Villamarina, dove si recò per farsi visitare.
L’azienda sanitaria è chiamata oggi a risarcire la figlia della donna (allora 13enne) per 325.500 euro, il padre per 225.455 euro e il fratello per 89.133,20 euro. Escluso invece dai risarcimenti l’ex compagno (il padre della figlia della 39enne) in quanto i rapporti tra lui e la donna erano ridotti soltanto a una frequentazione «essenzialmente connessa all’esistenza di una figlia in comune». A stabilirlo è la sentenza del Tribunale di Livorno, sezione civile, che dopo tre anni dalla causa intentata dai familiari della defunta ha emesso il giudizio di primo grado: la causa civile per i risarcimenti è arrivata infatti dopo la conclusione del processo penale che ha visto assolti sia in primo grado che in appello i medici inizialmente coinvolti nella vicenda (e per i quali fu chiesto il giudizio abbreviato). Contro quest’ultima sentenza del Tribunale Civile dunque l’Asl potrà decidere di fare ricorso in appello: ancora non è dato sapere quale sarà la posizione che l’azienda deciderà di assumere in merito.
La tragedia 9 anni fa
Riavvolgendo il nastro di questa tragedia bisogna tornare indietro di nove anni. Più precisamente, alla mattina del 12 febbraio 2015.
Francesca, 40 anni ancora da compiere, decide di presentarsi al pronto soccorso dell’ospedale di Villamarina: da diversi giorni infatti (circa un mese secondo quanto ricostruito durante la fase di indagine) lamenta episodi di malessere e dolori al petto. Quella mattina va in ospedale perché avverte un forte dolore al braccio sinistro e al palato. Quando arriva in pronto soccorso però è asintomatica e, presentandosi da sola, le viene assegnato al triage un codice di accettazione verde (cioè non urgente). Viene visitata e sottoposta sia a un elettrocardiogramma che a un prelievo di sangue. Ma nonostante le alterazioni dell’Ecg «fortemente sospette di ischemia», come si legge nella sentenza del Tribunale, non viene ricoverata. E dopo solo due ore («in cui la donna nemmeno venne sottoposta a visita cardiologica», si legge nella sentenza) viene dimessa.
La donna però continua a non sentirsi bene e, tornata a casa, si consulta anche con la famiglia di origine (che vive ancora a Braccagni, in provincia di Grosseto). Le viene così consigliato uno specialista con il quale fissa un appuntamento pochi giorni dopo, il 16 febbraio. Il cardiologo la visita e individua gli episodi di dolore come compatibili con l’angina pectoris, eseguendo la diagnosi corretta. Nemmeno lui però ritiene urgente un ricovero, consigliando l’ospedalizzazione a un qualunque futuro sintomo: nell’ultima sentenza il giudice lo ritiene non responsabile in quanto «la paziente al momento della visita aveva un quadro stabilizzato e in parte migliorato – si legge nell’atto del Tribunale civile di Livorno – rispetto alla situazione che sussisteva al momento in cui venne compiuto il tracciato al pronto soccorso». Lo specialista, in pratica, ha seguito le linee guida previste nei casi che presentano quello specifico quadro clinico.
La storia si conclude in tragedia la mattina dopo, alle 8 del 17 febbraio: Francesca sta preparando il caffè quando il dolore arriva, stavolta più forte del solito. E non le dà scampo: il cuore si ferma, i soccorsi sono vani. La Procura apre subito un fascicolo per omicidio colposo: nei giorni seguenti viene eseguita l’autopsia condotta dal medico legale David Forni e dal cardiologo Roberto Brini che accerta la «morte improvvisa cardiaca su base aritmica». Vengono indagati e vanno a processo due medici per i quali gli avvocati chiedono il giudizio abbreviato. Il processo penale – con i familiari che si costituiscono parte civile – si apre il 17 gennaio 2017 e si conclude con l’assoluzione degli imputati (confermata poi anche in appello). Così, nel 2020, la famiglia decide di procedere con la causa civile.
Cattiva gestione
Fondamentali, per arrivare alla sentenza, sono risultate le perizie medico-legali disposte in aula e la documentazione medico-amministrativa del pronto soccorso di Villamarina. Alla base della decisione del giudice c’è la cattiva gestione «esclusivamente in capo ai sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Piombino» in quanto «un adeguato inquadramento diagnostico-terapeutico avrebbe ridotto le probabilità di morte della paziente nell’ordine di 4-5 volte».
Nello specifico «per quanto riguarda l’operato dei sanitari appaiono evidenti alcune lacune nella gestione della paziente – si legge nella sentenza – i sintomi riferiti e la presenza di un Ecg alterato che avrebbero dovuto sollevare il sospetto di un problema cardiaco in atto. Inoltre la donna fu dimessa «dopo soltanto due ore di osservazione, senza disporre ulteriori accertamenti né terapie: le alterazioni elettrocardiografiche erano ai limiti per essere considerate indicative di sindrome coronarica acuta “ad alto rischio” – prosegue l’atto del Tribunale – e i sanitari del pronto soccorso avrebbero potuto richiedere una valutazione cardiologica immediata in vista di studio coronarografico entro 24 ore».
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