Il Tirreno

Montecatini

L’intervista

Montecatini, Nicola Natali lascia il basket: «Con gli Herons è mancata la ciliegina»

di Lorenzo Mei

	Nicola Natali con la maglia della Fabo (foto Nucci)
Nicola Natali con la maglia della Fabo (foto Nucci)

Un futuro da dirigente nel club della sua città per il 38enne capitano

4 MINUTI DI LETTURA





Montecatini Chiunque abbia vissuto la pallacanestro a Montecatini negli ultimi decenni, gli “spostamenti” di Nicola Natali li ha seguiti tutti. Dalla tribuna, piccolissimo, accanto a mamma Tina, al minibasket, all’esordio in prima squadra con Marco Calvani in panchina. Poi, anche da qui, lo abbiamo seguito quando girava l’Italia, un po’ perché il babbo Gino, storico general manager dello Sporting Club, ci ha sempre pungolato a farlo, ma molto di più perché Nicola è un ragazzo a cui si vuole bene facilmente. Il ritorno alle terme, per quattro campionati, è stata la fine che aveva sempre sognato, e ora si prepara a un futuro da dirigente degli Herons che verrà annunciato nei prossimi giorni. Oggi alle 12,30 il capitano degli Herons verrà premiato in municipio dal sindaco Claudio Del Rosso a coronamento di una carriera lunga e piena di soddisfazioni.

Ripensando al tuo percorso, nonostante fossi figlio di un dirigente che ha fatto la fortuna del basket rossoblù insieme a Vito Panati, la carriera “vera” è cominciata lontano da qui.

«Sono d’accordo. La fortuna di aver fatto le giovanili nella città di Gino non si può negare. Forse in prima squadra a 16-17 anni non ci sarei arrivato se non mi fossi chiamato Natali. Poi però ho cercato posto altrove, e oltre a crescere come giocatore sono diventato un uomo. Ok, ero sempre il figlio di Gino Natali, lo sarò sempre, ma non è che la gente ti regala minuti e soldi se non sei capace di meritarteli».

Trento, Forlì (due volte), Barcellona Pozzo di Gotto, Casale Monferrato, Varese: tutte tappe che ti hanno insegnato qualcosa.

«Trento è stata decisiva a livello di crescita umana. Trovai una società organizzatissima, e con Esposito avevo tanto spazio perché spingeva molto gli under. Dopo due anni in estate decisero di non confermarmi. Mi convocò il gm e me lo disse. Non me lo aspettavo, e mi venne da piangere davanti a lui, per dirti quanto potevo essere maturo, ma fu un momento super, uno di quelli che ti formano, un assaggio di vita vera. Qualche anno dopo, quando mi presero a Varese, era impensabile per me avere l’opportunità della serie A, ma alla fine i 10 minuti di media me li sono sudati e guadagnati anche lì».

La carriera è cominciata con un profilo di uomo squadra che si rende utile soprattutto in quegli aspetti del gioco che si vedono poco, poi a un certo punto è “esploso” il tiro da 3, difficile da pronosticare da giovanissimo.

«A Montecatini avevo la nomea della mano quadra, e a ragione, perché spaccavo i ferri. Il cambiamento c’è stato a Forlì. Il coach Vucinic la prima volta che mi fece entrare in A2 mi disse: se hai il tiro da fuori, prendilo tranquillamente. Non è facile da spiegare, ma su quel campo, con quel pubblico, quando senti attorno a te la fiducia scatta qualcosa di magico. C’era stato tanto lavoro, da Finelli in giù, per correggere il tiro, ma la differenza la fece la fiducia».

Fai il nome di tre allenatori che sono stati importanti.

«Sono stati tutti importanti, ognuno a modo suo. Raffaele Romano oltre a farmi imparare i fondamentali è stato un maestro nella vita, Dell’Agnello due volte a Forlì ha creduto tantissimo in me, e a Caja dovrei fare una statua per avermi fatto giocare in serie A».

Cinque compagni di squadra con cui sei felice di aver giocato?

«Mario Boni, Andrea Niccolai, Aleksa Avramovic, Giancarlo Ferrero, Tyler Cain».

Il ritorno a casa: tante vittorie, anche se è mancato l’ultimo passo.

«È mancata la ciliegina sulla torta, ma non quest’anno, perché da un certo punto in poi era difficile pensare che tutto potesse cominciare a funzionare. Sono le finali, e lo spareggio sul +9 a 3 minuti che pesano, ma ormai sono troppe le notti in cui non ci ho dormito. Ho capito che l’importante è averci provato fino in fondo».

Quest’anno qualcosa non ha funzionato fin dall’inizio, tanto che quando è stato esonerato Barsotti hai parlato di sconfitta personale per te.

«L’ho detto perché non sono riuscito a far capire ai compagni che i metodi di Federico possono sembrare strani, e lo sono stati anche per me quando sono arrivato. Solo che se li segui al mille per mille, funzionano. Sull’annata dico questo: succede. La squadra era stata fatta con investimenti importanti e giudicata fortissima dagli addetti ai lavori. Solo che la chimica, e il remare tutti dalla stessa parte, valgono 100 volte il talento». 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Da sapere

Truffe telefoniche, la lista dei numeri a cui non rispondere – In un attimo vi svuotano il conto

di Redazione web
Speciale Scuola 2030