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cronaca

Battaglia dell’acqua Montecatini-Saturnia per la futura piscina delle Leopoldine

Uno dei due nuovi pozzi aperti nel 2013 alle Leopoldine (Nucci)

Nel Grossetano la portata è di oltre 500 litri al secondo mentre a Montecatini è di poco più di 20 grazie al nuovo pozzo


15 febbraio 2019 David Meccoli


MONTECATINI. Le acque termali sono sufficienti per riempire costantemente la (futura) piscina delle Leopoldine; il problema – casomai – sono i costi di gestione, a partire da quelli relativi al riscaldamento della stessa acqua. Ed è proprio su questi punti che si sta sviluppando la trattativa diretta (ormai del bando non si parla più) tra le Terme di Montecatini e quelle di Saturnia, rimaste l’unico vero interlocutore dopo i “ripensamenti” del gruppo Quadrio Curzio.

I numeri, letti in maniera asettica, pendono nettamente dalla parte dei potenziali gestori dello stabilimento (di acquisto non vogliono sentir parlare), la joint-venture Doyers – formata dal fondo d’investimento americano York Capital e dall’italiano Feidos del manager Massimo Caputi – già proprietaria delle Terme di Saturnia. Nella struttura maremmana, infatti, si parla di una portata dell’acqua di oltre 500 litri al secondo («A me hanno addirittura detto 750», rivela l’amministratore unico delle “nostre” Terme, Alessandro Michelotti); alle Leopoldine (lo studio fu fatto nel 2016 dal geologo del Comune, Marco De Martin Mazzalon) la portata massima “emungibile” (ovvero l’estrazione dell’acqua dalle falde acquifere) è di 20-21 litri al secondo, grazie anche all’apertura del nuovo pozzo nel 2013.

«Ma il flusso – dice Mazzalon – è più che sufficiente a coprire sia una grande piscina, sia i servizi accessori. Si pensi che a Grotta Giusti la concessione è di 5 litri al secondo e non vengono sfruttati neanche completamente. I problemi, casomai, potrebbero essere diversi e di doppia natura: economica e tecnica. Nel primo caso sono legati alla necessità di riscaldare alti quantitativi di acqua, nel secondo al rischio di danneggiare altre fonti termali».

Riscaldare l’acqua della piscina in inverno potrebbe infatti risultare molto oneroso: servono forti investimenti sulle pompe di calore (a metano o elettriche) o sui pannelli solari (ma qui la Soprintendenza vorrà certamente dire la sua), che a Saturnia non sono stati necessari grazie a quella portata che consente un ricambio costante d’acqua. Soldi che si andrebbero a sommare – ed escludendo tutte le altre voci, dalla conclusione del cantiere alle spese correnti – ad altri investimenti “tecnici” quali il trattamento delle acque, filtraggi, sanificazione eccetera. E poi, come detto, c’è la concreta possibilità che, con un emungimento completo della portata dell’acqua, a farne le spese possano essere altre fonti termali, a cominciare da Regina e Rinfresco, con tutte le conseguenze legate ai vari utilizzi delle acque (dall’idropinica ai trattamenti).

E allora è proprio su questi delicati aspetti, oltre che sulla natura economica del rapporto e sulla durata del contratto di locazione, che si sta sviluppando la trattativa tra Terme di Montecatini e Terme di Saturnia, con la seconda società che cerca di ottenere il massimo di sfruttamento delle acque (più acqua si mette in piscina, più questa resta calda e meno si spende in riscaldamento) e con la prima invece a “frenare” (o a chiedere una contropartita, per esempio la realizzazione di vasche di raccolta che allontanerebbero il rischio di far “seccare” le altre sorgenti).

«Quello della portata dell’acqua – conferma l’Au Michelotti – è un problema ampiamente risolvibile. Ciò su cui stiamo trattando riguarda casomai i costi di gestione».

Negli anni la normativa che regola il funzionamento delle piscine termali è peraltro cambiata a più riprese. L’obiettivo del legislatore è sempre andato in un’unica direzione: la riduzione del consumo delle risorse idriche (l’acqua non è un bene infinito). Non molti anni fa, addirittura, era richiesto un ricambio completo dell’acqua in piscina tre volte al giorno. Una successiva legge portò questo limite a una volta al giorno. Ma l’ultima versione della normativa è ancora più “elastica”: è infatti richiesto un costante ricambio del 2 per cento del volume dell’invaso moltiplicato per le ore di apertura della struttura. Questo significa minori quantitativi di acqua da immettere in piscina, ma anche la necessità di riscaldarla più frequentemente se esposta agli agenti atmosferici. In altre parole: maggiori costi di gestione. –

David Meccoli
 

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